Il romanziere dello sport

gianni_brera.jpgdi Roberto Bertoni

"Gianni Brera è più bravo come scrittore. Poi viene il gastronomo. Ultimo il giornalista. È un mestiere cui è costretto dal bisogno", affermò nel 1971 Luciano Bianciardi. Pochi ritratti sono fedeli al personaggio come questo. Gianni Brera da San Zenone Po (Pavia) è stato più di un cronista; per anni è stato il simbolo del giornalismo sportivo italiano ma soprattutto ha inventato un linguaggio e un modo di raccontare le partite al quale si sono ispirati molti successori. La sua caratteristica stava nel non narrare l'evento sportivo in sé, concentrandosi su aspetti fino ad allora ignorati come il comportamento del pubblico e il carattere dei giocatori. La penna di Brera spesso non sottolineava la bellezza dei gol realizzati né le strategie e le tattiche adottate dagli allenatori. La sua prosa era limpida, schietta, efficace, ricca di "verve" e di intuizioni che hanno rivoluzionato il mondo della cronaca sportiva. Prima di Brera, nessuno aveva osato coniare nuovi termini per definire i ruoli e il modo di giocare delle squadre. Egli, al contrario, ne fece una religione, inventando definizioni memorabili come "Abatini" (per descrivere i giocatori con molta classe e, a suo dire, poco temperamento come Rivera, Mazzola, Bulgarelli e altri), "Rombo di tuono" (Gigi Riva), "Accaccone" (Helenio Herrera), "Giacinto Magno" (Facchetti), "Lo sciagurato Egidio" (Calloni) e moltissimi altri che non sto ad elencare perché per raccoglierli tutti servirebbe un'enciclopedia. I suoi giudizi erano sentenze, le sue critiche condanne: chi subiva i suoi strali maliziosi difficilmente ne usciva indenne, data la maestria con la quale Brera motivava le proprie tesi. I suoi articoli convincevano il pubblico (che di frequente si chiedeva che partita avesse visto) non per quel che c'era scritto ma per come erano scritti, per il brio, la vivacità, il gusto con il quale catturavano l'attenzione dei lettori dalla prima all'ultima riga. Se dovessimo paragonare Brera a un grande della letteratura sceglieremmo Plauto perché, come le opere del commediografo latino, anche nelle cronache di Brera non sono importati la storia né il ruolo dei personaggi ma l'allegria che trasmettono attraverso raffinate alchimie linguistiche. Allo stadio non ci andava per osservare la partita ma per viverne l'atmosfera e trarne le suggestioni che poi riportava in articoli dal forte accento ironico. Tra i tanti commenti, il suo si distingueva come l'assolo del tenore: più arguto, più pungente, più significativo degli altri. Il "giornalista-romanziere" se ne andò il 19 dicembre del 1992, vittima di un incidente stradale tra Codogno e Casalpusterlengo. Ci lasciò senza alcun preavviso; fulmineo come i suoi editoriali. Pensando al calcio non si possono dimenticare le sue parole: "Il gioco del calcio è una sorta di mistero agonistico. Il suo fascino viene forse dalla sfericità della palla, che per essere sempre e dovunque in perfetto equilibrio si trova in certo modo a mimare la prodigiosa armonia dei mondi".



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