British style: un’antica vocazione atlantica




Quella che esce dal vertice di Bruxelles è un’Europa politicamente debole e divisa. La mediazione tra i diversi interessi in gioco, raggiunta dopo 36 ore di intense trattative, ha lasciato la prospettiva di un trattatino invece dell’auspicato trattato, che potrebbe entrare in vigore nel 2009. L’accordo sul trattato che dovrà sostituire la costituzione, rifiutata nel 2005 da Francia e Olanda per via referendaria, per quanto deludente è stato almeno trovato, dopo aver corso il rischio di uno strappo difficile da ricucire. Raggiunto anche l’accordo sul nuovo sistema di voto a doppia maggioranza previsto dal progetto di trattato (le decisioni saranno adottate solo con la maggioranza del 55% degli stati membri e con il 65% della popolazione complessiva), che sarà tuttavia effettivo soltanto nel 2017, una mediazione che si è resa necessaria per superare la strenua opposizione della Polonia. L’Europa dilata dunque i tempi della sua integrazione, ma ciò che suscita perplessità ancora maggiore è la presenza di forti divisioni al suo interno. A Bruxelles si è chiuso un mese che ha visto una serrata agenda politica, inaugurata dal summit del G8 ad Heiligendamm. I risultati di questo mese di trattative sono stati complessivamente modesti, e malgrado ciò forse superiori alle attese della vigilia. Sia il vertice del G8 che quello di Bruxelles si erano infatti aperti all’insegna di cattivi presagi. Nel primo caso per l’aspra rivalità Usa-Urss, nel secondo per il forte ostacolo a soluzioni condivise rappresentato soprattutto da Gran Bretagna e Polonia. In entrambi i casi, se qualche risultato è stato comunque raggiunto, ciò è potuto accadere per l’energia del cancelliere tedesco Angela Merkel. Era stata la Merkel, a Heiligendamm, a far sedere Bush e Putin al tavolo delle trattative con animo più conciliante. Ed è stata ancora la Merkel, questa volta a Bruxelles, a indurre il presidente polacco Kaczynsky a più miti consigli, riuscendo almeno a portare a casa, allo scadere del semestre tedesco di presidenza, un compromesso tra resistenze difficili da gestire.
L’opposizione della Polonia è stata superata solo con una concessione non da poco: l’entrata in vigore del sistema di voto a doppia maggioranza, contestato da Kaczynsky perché avvantaggerebbe troppo la Germania, nel 2017 invece che nel 2009, dopo un periodo di prova che inizierà nel 2014. Ma è soprattutto nei confronti della Gran Bretagna che ha prevalso la politica delle dispense e delle eccezioni. Tony Blair, ormai nell’imminenza di passare il testimone, ha consegnato a Bruxelles il suo testamento politico, improntato a quell’anti-europeismo nemmeno troppo latente che ha sempre garantito all’Inghilterra un miglior margine di azione politica. Anti europeismo, quello inglese, che tutto sommato non risponde a una presa di posizione ideologica, quanto a una basilare scelta di campo in favore dell’atlantismo, che porta Londra ad essere relativamente indifferente, più che contraria, ai destini dell’Europa. È una questione di coinvolgimento. Che non c’è, che è sempre stato trepidino, al di là di qualche convergenza d’interessi, e che oggi c’è ancor meno di ieri. La sua ultima battaglia Blair l’ha condotta fino in fondo, opponendosi sia agli aspetti simbolici dell’unità europea, come l’inno e la bandiera, sia a quelli più strettamente politici, come il diritto dei singoli stati membri di non sottostare alle norme dell’Ue in materia di difesa e sicurezza. L’altra concessione rilevante fatta alla Gran Bretagna riguarda la non applicazione della Carta dei diritti.
Per quale motivo la ‘Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea’ sia sgradita a Londra, del resto, dovrebbe essere già pienamente comprensibile dalla prima frase del preambolo del documento: “i popoli europei nel creare tra loro un’unione sempre più stretta hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni”. A guardare la politica estera che l’Inghilterra di Blair ha sostenuto dall’inizio della guerra afgana, non riesce difficile vedere che questo assunto non potrebbe essere sottoscritto se non a prezzo di un sovvertimento radicale della realtà. Non è tanto un problema di principi, sui quali del resto, all’occorrenza, un accordo lo si può sempre trovare. Sono alcuni specifici punti della carta che non si conciliano con i fondamentali interessi inglesi in politica estera, in particolare l’impegno programmatico a creare uno spazio comune per la libertà, la sicurezza e la giustizia. La vocazione dell’Inghilterra rimane in forte prevalenza atlantica per motivi storici e culturali che sono ben noti ed evidenti per chiunque, e trova nell’alleanza con gli Stati Uniti la sua migliore e più solida garanzia. Da Bruxelles, Tony Blair ha fatto capire a tutti, e in primo luogo a chi gli succederà, che questa antica predilezione non è negoziabile, e men che mai sacrificabile alla causa dell’integrazione europea. (Pier Paolo Caserta)



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