La ricerca di una nuova vita




Chi l’ha detto che il cinema italiano è in ribasso? L’ultima dichiarazione di Quentin Tarantino al festival di Cannes, “I nuovi film italiani sono deprimenti”, è stata sicuramente smentita dalla premiazione che si è tenuta il 14 giugno al Gran Teatro di Roma, che declamato vincitore del Premio David di Donatello uno stupendo film italiano: La sconosciuta. L’opera del regista Giuseppe Tornatore ha trionfato al festival, conquistando i premi per il miglior film, la migliore regia, la migliore attrice, la migliore colonna sonora, firmata da Ennio Morricone, la migliore fotografia. Un noir molto forte, girato interamente nella fredda città di Trieste, anche se la località del film è Velarchi, che nella realtà è una città di orafi proprio perché l'arte orafa è una componente importante della pellicola. La ‘sconosciuta’ dei giorni nostri è Irina, una giovane donna ucraina finita in Italia in uno dei giri più crudeli e loschi di violenza e La locandina del filmprostituzione. Irina vuole dimenticare, cerca di lasciarsi tutto alle spalle e cambiare vita, vuole solo sistemarsi e trovare un lavoro come badante in centro. O forse no, cos’altro cerca Irina? Come mai cerca lavoro nel palazzo davanti al suo, presso la famiglia Adacher, una semplice famiglia borghese composta da moglie orafa, marito quasi assente e una figlia molto piccola? Perché la giovane è così interessata a far parte di quella famiglia? Qual è il suo segreto? Il film si propone bene allo spettatore, la suspense e la tensione tengono gli occhi del pubblico fissi allo schermo, non è mai noioso, i flashback sono molto crudi e mostrano il passato di Irina, le torture e le violenze nello stile di un thriller psicologico nella prima parte, per diventare dramma puro e sentimentale nella seconda parte del film. Il cast non delude, a cominciare dalla recitazione della protagonista, l’attrice di origine russa Xenia Rappoport, sconosciuta come il suo personaggio ma credibilissima; Michele Placido impegnato nell’eccellente interpretazione di un losco e crudele mercante di schiave fa rabbrividire. E’ una pellicola dai mille aspetti noir e tanta tensione da ricordare in alcuni momenti certi film di Hitchcock. E’ stato definito non come un film di denuncia quanto di testimonianza, perché ti sbatte in faccia con brutalità la realtà che esiste di un altro mondo, quello di coloro che, sfruttando la miseria che mette in fuga dal Paese d’origine tante ragazze, trattano queste giovani donne come bestie, come oggetti, come schiave senza alcuna libertà. Placido, completamente rasato per l’occasione e per accentuare anche nel corpo l’aspetto viscido e laidamente demoniaco, lascia lo spettatore quasi scioccato dalla capacità che mostra di entrare in un personaggio così negativo e disgustoso. E la giovane signora borghese, insoddisfatta e indipendente, sicuramente infelice, che mostra nella sua diffidenza viscerale una tensione istintiva che l’atteggiamento elegante nasconde, è ben incarnata da Claudia Gerini. L’aver posto poi nel ricco nord la vicenda sottolinea anche un altro elemento: l’abitudine di una certa fascia sociale a delegare l’educazione e gli affetti più cari a chi è assunto per questo scopo come surrogato di un affetto materno o comunque parentale, impegnati come si è a emergere nella carriera e ad affermarsi come individui. Un lavoro, dunque, che merita di essere visto e si colloca nella migliore vetrina contemporanea del cinema italiano d’autore. (Valentina Pinna - Concorso Giornalisti)



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