La multiforme realtà del mondo arabo
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Sono trascorsi quasi trent’anni da quando Edward Said diede alle stampe 'Orientalismo', il libro che costituì la più importante critica dell’imperante orientalismo culturale europeo. Un testo capace di condizionare fortemente sia gli occidentali, portandoli a rivedere gli stereotipi post-coloniali alla luce dei quali avevano filtrato il mondo arabo, sia le stesse elite
arabe, che seppero trarne una nuova e feconda consapevolezza. Mentre da qualche anno a questa parte si sono inevitabilmente moltiplicati libri e pubblicazioni sull’Islam e sul mondo arabo, c’è davvero da chiedersi quanti progressi abbia fatto la nostra conoscenza di una realtà così vicina e così lontana che, deformata da troppi pregiudizi e dalla superficialità di molta informazione, è diventata per molti un’impresa quanto mai faticosa. 'Arabi invisibili' di Paola Caridi è un libro di grande efficacia nel demolire alcune idee preconcette sugli islamici, modelli tanto facili quanto, purtroppo, profondamente radicati nel senso comune, per esempio quello che vorrebbe instaurare un’associazione privilegiata tra Islam e terrorismo, o l’immagine di un mondo arabo arretrato e reticente all’innovazione tecnologica e allo sviluppo economico. Basterebbe già il sottotitolo a dare una misura delle ragioni e degli intenti: Catalogo ragionato degli arabi che non conosciamo. Quelli che non fanno i terroristi. Ma l’efficacia del volume è legata soprattutto al valore aggiunto che è in grado di offrire, cioè lo sguardo dall’interno del mondo arabo dell’autrice, giornalista e storica che ha vissuto e lavorato per molti anni in Medio Oriente, da Gerusalemme al Cairo.
L’esplorazione del rapporto tra mondo arabo e modernità porta alla luce un universo molto più articolato di quanto comunemente si pensi, a cominciare dall’uso di internet, divenuto per molti giovani arabi, che spesso vivono in paesi dove la libertà d’espressione è soggetta a restrizioni, un formidabile strumento per la propagazione di opinioni, luogo d’incontro e di dibattito. Il velo, che troppo spesso viene interpretato, in modo semplicistico come l’icona della soggezione della
donna nell’Islam, viene rivalutato nella sua componente di scelta volontaria di dedizione al proprio credo religioso. L'evidente natura pregiudiziale delle nostre idee sull’argomento è del resto rivelata chiaramente dal fatto che molte delle donne che portano il velo sono femministe convinte e impegnate politicamente. Una apparente contraddizione in termini, che però svanisce non appena la si esamini alla luce del terreno culturale entro cui soltanto può trovare spiegazione. Un altro stereotipo piuttosto diffuso è quello che vorrebbe un Islam chiuso, se non ostile, alle manifestazioni artistiche e specialmente alla musica. Anche in questo caso l’autrice si preoccupa di sfatare il luogo comune, ripercorrendo le gesta, vita e leggenda, delle icone della musica popolare. Come nel caso di Umm Kulthoum, la 'Stella d’Oriente', cantante che negli Settanta era celebre in tutto il mondo arabo, tanto che i suoi funerali al Cairo, nel 1975, videro oltre un milione di persone scendere in piazza. “Più gente di quanta partecipò alle esequie di Gamal Abdel Nasser”, fa notare l’autrice. Umm Kulthoum il velo non lo indossava, eppure ha saputo suscitare ammirazione tra i contemporanei e una traccia indelebile nelle generazioni successive, che ne conservano viva memoria.
La stagione più recente della musica popolare araba, se non appare entusiasmante dal punto dei vista dei contenuti, è tuttavia importante come fenomeno di costume e per le notevoli ricadute sociali: anche le cantanti di ultima generazione, quanto mai appariscenti per le massicce dosi di chirurgia plastica cui si
sottopongono, testimoniano di aspetti del costume che esulano dai filtri culturali con i quali percepiamo il mondo arabo, per il quale la semplice canzonetta, grazie alla diffusione capillare delle reti satellitari, costituisce un potente collante. Infine, questa ricca ed appassionata catalogazione di umanità varia si conclude con un interrogativo che dovrebbe farci riflettere a fondo: “E se tutto questo catastrofismo, questa lettura 'alla crociata' non sia, invece, solo un gioco di specchi?”. Il gioco della geopolitica, dei grandi strateghi, dei Risiko a tavolino per disegnare (sulla carta, e magari in seguito nelle menti) il Grande Medio Oriente, e poi il Nuovo Medio Oriente. E poi ancora il Medio Oriente a nostra immagine e somiglianza. Alla fine di questo 'gioco di guerra', paradossalmente il risultato è sempre lo stesso: un Medio Oriente cattivo, che fa emergere tutti gli spiriti maligni e contro il quale bisogna intervenire con tutte le nostre forze. L’immagine del mondo arabo che scaturisce dal libro è quella di una realtà composita e articolata, irriducibile alle semplificazioni di moda in Occidente. (Pier Paolo Caserta)
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