Tex: sessant’anni e non li dimostra
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È partita in questi giorni l’ultima iniziativa editoriale di Repubblica dedicata al fumetto. Se nel corso degli ultimi anni il progetto aveva ripercorso le tappe della storia dei comics attraverso i classici presentati in volumi monografici, ora è il pilastro italiano del fumetto che viene celebrato da una collana interamente dedicata a lui: in cinquanta volumi ne raccoglierà le prime
avventure in formato più grande e per la prima volta a colori. L’omaggio riguarda ovviamente Tex Willer, longevo parto di Gianluigi Bonelli e Galep (al secolo Aurelio Galeppini), che ha accompagnato, in quasi 60 anni, generazioni di persone: non solo bambini, non solo italiani. Non è difficile dire che il segreto di tanto successo va ricercato nei meccanismi che regolano la serialità. Tex è rimasto sempre uguale a se stesso nel corso dei decenni, difensore dei valori per cui è conosciuto da sempre. Certo un’affermazione del genere porge il fianco a una critica sostanziale: se le serie, non solo nel fumetto, sono numerosissime, per quale motivo solo Tex gode di tanta longevità? Una prima considerazione riguarda il western come genere, che in Italia ha sempre potuto contare su di un pubblico affezionato anche in periodi in cui la sua fortuna a livello mondiale era in declino. E questo affetto italiano va probabilmente collegato a una delle interfacce privilegiate con cui il nostro paese si è rapportato con l’estero: il successo dello spaghetti western ci ha resi sostenitori ancor più ardenti del genere proprio perché riscontravamo il riconoscimento mondiale di un fenomeno italiano.
Ma, ripensando a motivi intrinseci più che contestuali, pensiamo al modo in cui Tex porta alle estreme conseguenze i principi della serialità, che si fonda sulla riproposizione di canoni, stilemi e personaggi. In fin dei conti è il personaggio più coerente che abbiamo mai conosciuto: è la serialità per antonomasia. Analizziamo le sue prime avventure. L’eroe buono soddisfa il desiderio di identificazione del lettore in un contesto manicheo che attrae bambini e adulti.
L’antagonista presenta tratti spicci ma ben caratterizzati che al contrario suscitano ripulsa. La tensione emotiva cresce fino al colpo di scena che ristabilisce la supremazia dei buoni. Tutto ciò con buona pace delle teorie narratologiche. Ora, Tex non è solo un eroe buono, è l’eroe buono per eccellenza, colui che si salva sempre per un soffio ma che sappiamo non può essere sconfitto. Non esiste margine d’errore per le sue pallottole, così come al massimo il nemico può colpirlo di striscio alla tempia o alla spalla. E tutto ciò rimanendo umano, rendendo quindi agevole il processo di identificazione del lettore, situazione preclusa, da un certo punto di vista a tutti i supereroi. Allo stesso modo l’antagonista è un nemico senza troppi conflitti interiori, un cattivo tutto d’un pezzo, spregevole, irredimibile. Schierarsi è fin troppo facile, ma è quello di cui ognuno ha bisogno, almeno in alcuni momenti della propria vita, sentirsi dalla parte giusta della barricata. E il nostro Ranger da quasi sessant’anni ce ne fornisce l’occasione. Tex non è solo questo, certo, sarebbe ridicolo anche pensarlo. Si tratta unicamente di una chiave di lettura per un aspetto di un’opera molto complessa che andrebbe considerata storicamente, narratologicamente, emotivamente e ancora non basterebbe. Perché i miti forse non possono essere analizzati , ma solo goduti con grande serenità. E diffusi ancora un po’, che non guasta. (Davide Castrianni)
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