Amore e politica nella Russia leninista




Per quindici anni Vladimir Majakovskij fu legato a Lili Brik e al marito di questa, Osip, costruendo un rapporto spregiudicato, folle, forse il più radicale «tentativo amoroso» mai compiuto da un poeta, o, più semplicemente da un uomo. Majakovskij conobbe Lili nel maggio del 1915 e non tardò ad innamorarsene, ma Lili, donna affascinante e di carattere, era già sposata con un altro uomo. La storia avrebbe potuto svilupparsi come un banale triangolo amoroso o un borghese menage a trois, nacque invece un bellissimo rapporto, caratterizzato da un'intensa e struggente purezza.
Arte e rivoluzione
Pur ricambiando i sentimenti del poeta, Lili non ingannò né abbandonò il marito; Lili e Majakovskij coinvolsero Osip nel fervore intellettuale, oltre che sentimentale, della loro passione. E Osip, giurista e commerciante, divenne critico ed editore del rivale, nonché uno dei più brillanti animatori della vita russa nell'epoca d'oro dell'avanguardia futurista e formalista. Una storia complicata e drammatica che rivive nelle struggenti lettere che il poeta russo e Lili si scambiarono tra il 1915 e il 1930 con ininterrotta tenerezza, oggi raccolte Vladimir Majakovskija pubblicate dalla casa editrice Biblioteca Neri Pozzi, col titolo ‘L'amore è il cuore di tutte le cose’. La storia potrebbe sembrare una delle tante relazioni da copertina tra cuore e mente del XX secolo - si pensi a Jane Fonda, icona del cinema mondiale, che nella sua autobiografia, ‘La mia vita finora’, parla del controverso matrimonio con Roger Vadim, il regista che bollava la gelosia come «borghese» e la costringeva a menage a trois con prostitute - è invece una storia delicata e sofferta vissuta tra fervore culturale e pressioni politiche. L'intenso legame tra Majakovskij, Lili e Osip, infatti, fu subito offuscato da incredulità e maldicenze e colpito dalla mistificante censura dell'ufficialità sovietica, specie dopo il suicidio di Majakovskij. Nei primi anni della presa di potere bolscevica sembrò veramente che alla rivoluzione più schiettamente politica e sociale dovesse collegarsi anche una equivalente rivoluzione nel campo dell'arte in generale. Anche se non si trattò di una repentina esplosione di estro e di creatività, gli anni turbolenti e disordinati compresi tra il 1917 e il 1925, furono senza dubbio il periodo di maggiore fortuna per le avanguardie russe. Al clima di euforica anarchia di quegli anni, che peraltro ebbe come primo effetto il rapido ripudio di tutte le forme artistiche del passato nel nome di una nuova arte per l'uomo nuovo bolscevico, si aggiunse un'apparente disponibilità delle autorità. In questi primi anni convulsi la lotta rivoluzionaria generò quindi una serie di «artisti della rivoluzione» che avevano carta bianca in tutti quei settori più o meno chiaramente compresi nell'informe categoria dell'arte. In questo contesto, fu proprio Majakovskij a stilarne le regole di vita, in quello che definì il Decreto numero 1 sulla democratizzazione dell'arte: «I pittori e gli scrittori sono torniti a prendere subito tubetti e pennelli della loro arte per ornare di colori e disegni i fianchi, le fronti, i petti delle città e delle stazioni e il branco di vagoni ferroviari in cima perenne».
La vita privata soppressa dal potere
Così, i muri o gli alberi intorno al Cremlino furono dipinti in vivaci colori col disappunto di Lenin. Tuttavia, all'interno di questa apparente frenesia libertaria si stavano facondo strada due correnti opposte. Da un lato vi era chi considerava l'arte come uno strumento capace di far uscire l'essenza intima delle cose dalla loro apparenza esteriore. Dall'altro, vi erano i Lili e Osip Brik‘costruttivisti’ imbevuti di Marxismo ortodosso. Come scrissero in un manifesto, la loro intenzione non era quella di dar vita a progetti astratti, bensì di definire questioni concrete. Nel frattempo Lenin ampliava e consolidava il proprio potere, il cui peso iniziava a sentirsi anche nel mondo della cultura. Presto, infatti, Lenin intuì l'importanza del la cultura quale mezzo di propaganda della politica del regime e Majakovskij ne rimase inevitabilmente schiacciato. Le sue opere iniziarono ad essere accolte con una certa freddezza, essendo la sua vita privata motivo di critica e di polemica da parte del regime comunista. Un potere, quello comunista, che voleva assoggettare ogni aspetto dell'essere al suo controllo onnipervasivo, annichilendo la sfera privata e sentimentale. L'onda di polemiche artistiche e personali, la delusione del nuovo corso staliniano e l'impossibilità di raggiungere l'amata Lili, portò Majakovskij a suicidarsi nel 1930. Il suicidio dell'impetuoso poeta può essere preso a simbolo delle importanti trasformazioni culturali dei primi anni del bolscevismo. Il controllo del partito sull'arte e la letteratura rese da allora in poi sempre più difficile il lavoro degli artisti. E Majakovskij è il simbolo della libertà artistica, delle sue illusioni e della loro fino quando non si accetta di venire a patti con il potere. (Filomena Fantarella)



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