Il denaro che conta: i fondi statali alle scuole cattoliche
di Pier Paolo Caserta
"Siamo preoccupati per il destino delle scuole pubbliche non statali". Basterebbero queste parole, pronunciate dal portavoce della Cei dopo che il governo, esaudendo prontamente le richieste del Vaticano, aveva confermato che i fondi per le scuole cattoliche sarebbero stati ripristinati, a dare la misura e il senso dell'offensiva della Santa Sede.
L'affondo era stato portato nella mattinata di venerdì da monsignor Stenco, direttore dell'ufficio nazionale per l'educazione della Cei. Il destino delle scuole pubbliche non statali, e soprattutto quello delle scuole cattoliche (circa seimila in Italia) "preoccupa" il Vaticano molto di più di quello della scuola pubblica, che anzi non gli interessa affatto. Eppure Benedetto XVI, mossosi in prima persona per assicurarsi che il governo aprisse i cordoni della borsa, aveva chiesto "l'adozione di misure a favore dei genitori che li aiutino nel loro diritto inalienabile di educare i figli secondo le proprie convinzioni etiche e religiose". Intendeva: purché cattolici.
In sostanza, la Chiesa non si sta limitando a tacere sul tentativo di smantellamento della scuola pubblica (con la sola eccezione delle classi "ponte" per gli stranieri), ma ha ritenuto di dover sottolineare che per le scuole private ed espressamente per quelle cattoliche esige un trattamento diverso.
Questa richiesta del Vaticano, viste le forme e il momento politico in cui matura, non può che essere profondamente anticostituzionale: si chiede, per quei cittadini che siano anche cattolici, un trattamento di riguardo rispetto agli altri cittadini.
Intendiamoci, non che sia una cosa nuova. Anzi, l'atteggiamento della Chiesa di chiedere ai suoi fedeli di sentirsi cattolici e non cittadini dello Stato italiano tutte le volte che le due identità non appaiono conciliabili ha radici lontane. Volendo segnare un momento emblematico si può risalire almeno al 1874 quando, durante il pontificato di Pio IX, la Santa Sede sconsigliò ai cattolici di prendere parte attiva alla vita politica. Da allora la linea del non expedit è stata rinnovata più volte formalmente, e ancora molte di più nello spirito, dal Vaticano.
Questa scissione è alla base dei tentativi di ingerenza della Chiesa nel processo legislativo e della sua ostilità, che ultimamente si sta manifestando con un rinnovato slancio, a legiferare in un senso che garantisca l'esercizio dei diritti dell'individuo, anche quando questo possa configurare esiti contrari ai fondamenti della dottrina cattolica, o di una sua interpretazione. È il caso della violenta offensiva ingaggiata relativamente al caso di Eluana Englaro o alla ferma contrarietà nei confronti della 194. Ed è anche il motivo per cui in Italia non si è riusciti, durante la precedente legislatura di centro-sinistra, a fare una normalissima legge sulle coppie di fatto.
Qui sta una delle fondamentali ambiguità della Chiesa: schierata giustamente a favore dei diritti quando si tratta di tutelare le ragioni "ecumeniche" dell'altro inteso come straniero, pronta dunque a spendersi sull'immigrazione, d'altra parte si scaglia contro i diritti dell'individuo quando questi possono contravvenire ai propri dogmi o, peggio ancora, ai propri interessi. Irriducibilmente anti-relativista, sa essere molto relativista quando si tratta di fare autocritica. Infine, non è di certo pronta a difendere i diritti dell'altro anche quando l' ‘altro' è tale perché la sua identità si definisce anche in ragione del non essere eterosessuale.
Allora, niente di nuovo. Quello che è nuovo, almeno nella misura, è l'assoluta condiscendenza di questo governo e la sostanziale convergenza con gli interessi del Vaticano su alcune posizioni di fondo. Nel suo atteggiamento anticostituzionale la Cei trova un sicuro alleato in un governo a sua volta profondamente anticostituzionale e sprezzante della lettera e della sostanza delle fondamentali regole democratiche. Nello slancio di questo governo a privatizzare ogni bene pubblico (persino l'acqua) trova un solido supporto ai propri interessi. Salvo poi predicare ai fedeli che il denaro non conta.
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