La targa della maldicenza

Giuseppe De Ritadi Goffredo Palmerini

E' stata conferita a Giuseppe De Rita la Targa "Socrates Parresiastes" per l'anno 2008, così come deliberato dalla Confraternita dei Devoti di Sant'Agnese. Ne ha dato motivazione il presidente della Confraternita, Tommaso Ceddia. "Da molti anni - ha detto il prof. Ceddia - Giuseppe De Rita si distingue per le analisi puntuali e franche riportate nelle relazioni annuali del Censis, in ordine alla politica, all'economia e all'assetto sociale dell'Italia. (…) L'ultima relazione è stata ripresa e commentata con grande interesse. Italia a coriandoli, mucillagine, disintegrazione sociale sono diventate espressioni comuni, come le differenze di rappresentanza tra identità e appartenenza. Alcuni lo hanno giudicato pessimista. (…) In realtà il dr. De Rita ha esposto una diagnosi vera, franca, coraggiosa e autorevole". Sta tutta qui dunque la ragione dell'assegnazione al presidente del Censis della Targa "Socrates Parresiastes" - il termine parresia si traduce con l'espressione "dire la verità" - , in quanto Personalità che nel suo impegno di massimo studioso dei fenomeni sociali, per la franchezza e la genuinità delle sue riflessioni, promuove la verità. Quella verità che ha contribuito a rendere grandi Socrate, Diogene, Giovanni Battista, Foscolo, Montanelli e tanto altri. Il riconoscimento a Giuseppe De Rita segue quello conferito nel 2007 a Remo Bodei, docente alla University of California di Los Angeles, tra i più autorevoli filosofi al mondo ed insigne studioso di Michel Foucault, filosofo francese scomparso nel 1983. Negli ultimi anni di vita Foucault aveva istituito, all'Università di Berkeley, un corso sulla problematizzazione della parresia, sulla rilevanza che nelle società moderne possono assumere i parresiasti, cioè coloro che hanno il coraggio di dire la verità e di viverla, con schiettezza ed autorevolezza. La Maldicenza della tradizione Agnesina aquilana, se da un lato non ha la pretesa d'incarnare nella compiutezza degli aspetti filosofici la parresia, ha tuttavia sempre cercato d'assumere una funzione civile e comunitaria. Non dire mai male di qualcuno, ma "il male": questo lo spirito della Maldicenza Agnesina, che non scade mai nella malizia, nella malignità o nella cattiveria. L'Agnesino dice quel che pensa e agisce come parla. Parlar chiaro davanti a tutti per attestare un bene comune, o difenderlo con tenacia, è qualcosa che sta quindi molto vicino alla parresia. Dunque, dire la verità con libertà, non mentire, non adeguare le proprie convinzioni alle convenienze di turno, ma esprimerle con coraggio e dignità.

La consegna della Targa è avvenuta venerdì sera nel corso d'una intensa cerimonia nella sala delle Assemblee della Cassa di Risparmio dell'Aquila, presenti le massime autorità regionali e cittadine ed un pubblico numeroso, molto interessato ad ascoltare le "maldicenti" argomentazioni dell'illustre ospite, secondo la tradizione aquilana della festa di Sant'Agnese. Occorre tuttavia richiamare alla memoria che la Santa martire c'entra poco o niente con questa festività tutta civile votata alla Maldicenza, che affonda le sue radici nel Trecento, se non per il fatto che in un monastero a Lei dedicato venivano ospitate le "malmaritate" - donne già di facili costumi, da redimere - che di giorno venivano impiegate in faccende domestiche nelle dimore dei benestanti e potenti della città, mentre a sera rientravano nel monastero dove avevano accoglienza. Ma il 21 gennaio, giorno della festività religiosa di Sant'Agnese, all'Aquila era tassativamente vietato lavorare e le malmaritate si ritrovavano nelle bettole della città insieme alla gente del popolo per dire il male fatto dai signori e potenti presso i quali erano a servizio. Questa singolare e strana festa, solamente aquilana, ha elevato per secoli la Maldicenza a virtù civica.

La tradizione Agnesina della Maldicenza, infatti, rifugge dal pettegolezzo. E' invece critica fortemente mordace, schietta e con spirito costruttivo, talvolta con il ricorso a salace ironia, nel dire la verità in assoluta libertà. Insomma, un ulteriore elemento della forte impronta libertaria della comunità aquilana, che sin dalla fondazione della città, a metà del Duecento, aveva sempre coltivato uno deciso spirito autonomistico e ribelle. La festa, tramandatasi nel corso dei secoli attraverso le "confraternite" popolari, si arricchì nell'Ottocento anche con sodalizi borghesi e nobili. Messa al bando dal regime fascista, che ne temeva lo spirito critico e libertario, solo alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso risorse con rinnovato fulgore con la costituzione di centinaia di confraternite che il 21 gennaio d'ogni anno "celebrano" la festività riunendosi intorno a tavole imbandite e "maldicendo" - cioè "dicendo male del male" - secondo l'atavica libertà civile aquilana.


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