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Il sentiero della libertà, la traversata della Maiella da Sulmona a Casoli. Narrazione dei protagonisti: tra loro Carlo Azelio Ciampi

Parte VI

24 marzo 1944. La traversata è guidata da Alberto Pietrorazio, Mario Di Cesare e Gino Ranalli.  Vi partecipano Carlo Azeglio Ciampi con gli amici Oscar e Carlo Autiero, sulmonesi, insieme ad un gruppo di molte decine di persone. Ciampi si trova a Scanno, e venendo di tanto in tanto a Sulmona, presso la famiglia Cantelmi, conosce molte persone impegnate nella “resistenza umanitaria”, che organizzano le traversate. Tra queste, Roberto Cicerone. Al momento della dichiarazione dell’armistizio, Ciampi si trova a Livorno, città dove è nato il 9 dicembre 1920, in temporanea licenza dall’Albania. Da Livorno si reca a Roma in casa dello zio Enrico Alfredo Masino, funzionario del Ministero dell’Agricoltura, coniugato con Luisa Sforza, per avere notizie sulla sua destinazione. Ma, nel caos derivato dall’armistizio e dopo gli scontri a Porta San Paolo, sollecitato dalla cugina Paola Masino, scrittrice e amica della famiglia Quaglione, che abita nella stessa palazzina in viale Liegi 6, si unisce a Pasqualino Quaglione, per dirigersi alla volta di Scanno. Partono da Roma, con una tradotta che va a Pescara. Si accordano con il macchinista, in modo che il treno rallenti alla stazione di Anversa-Villalago-Scanno ed avere quindi la possibilità di scendere dal treno in corsa, senza serie conseguenze. Cosa che avviene felicemente. Ma, alla stazione di Anversa degli Abruzzi, inaspettatamente, Ciampi trova un amico di Livorno, che con la madre sta cercando di raggiungere Napoli, seguendo la linea ferroviaria Sulmona-Carpinone-Napoli. L’amico è l’ebreo Beniamino Sadun, col quale, rifugiandosi in soffitta di qualche casa amica o nei casolari di montagna, trascorre i lunghi mesi invernali del 1943-’44. A Scanno, Carlo Azeglio ritrova il suo professore di filosofia alla Normale di Pisa, Guido Calogero. Insieme, maestro e discepolo, si aiutano e collaborano alla stesura dei documenti sul liberalsocialismo.
Della traversata, Ciampi lascia un diario, scritto appena giunto a Bari. Una traversata che da Sulmona raggiunge Casoli, senza incidenti con i tedeschi, perché i marciatori cercano di evitare il paese di Palena e di scendere a Taranta Peligna, dove incontrano le avanguardie dell’Ottava Armata. «24 marzo, venerdì. Il tempo è bello: quindi si dovrebbe finalmente partire. All’una, mentre finiamo di mangiare, (ero ospite da due giorni in casa Cantelmi) delle formazioni aeree inglesi bombardano Sulmona; subito dopo usciamo: hanno mirato alla Stazione ed al ponte sulla strada di Popoli, senza colpirlo; fortunatamente nessuna vittima. Venuto a sapere che la nostra partenza è anticipata, affretto gli ultimi preparativi ed alle 16,30 raggiungo le casette. Alle 17,15 cominciamo a muoverci: 21 prigionieri e civili pochi dapprima, ma subito un’altra quindicina si aggiunge per i campi. […] Arriviamo ormai a notte sotto a Pacentro e là ci riuniamo con l’altro gruppo, condotto da Mario e Gino. Verso le venti cominciamo la marcia in silenzio e in fila indiana; durante una breve sosta mi sento chiamare e riconosco Carlo ed Oscar Autiero, che hanno deciso di partire proprio poche ore prima. La marcia prosegue assai bene: cielo sereno, poco freddo; saremmo una sessantina, di cui venticinque prigionieri; fisicamente mi sento a posto. Verso gli ottocento metri comincia la neve; poco dopo Alberto ci invita ad essere particolarmente silenziosi perché siamo vicini a Campo di Giove…  Continuando la salita diventa sempre più aspra, la neve è buona; regge assai bene e si sprofonda poco: però qualcuno comincia a scoppiare, cerco di aiutare, insieme ad un altro, un prigioniero che non ce la fa più. Avvertiamo Alberto, ma questo dice che non può rallentare la marcia inquantoché si deve giungere al Guado di Coccia prima dell’alba, pena la sicurezza della spedizione: così quello deve essere abbandonato… Alle quattro, ormai del 25 marzo, siamo sul Guado, purtroppo il tempo è improvvisamente mutato, il cielo è nuvoloso e si alza un forte vento: ci fermiamo un buon quarto d’ora per attendere i più lenti; mangio un po’ di zucchero e biscotti con neve. Proseguiamo, ma poco dopo siamo costretti a fermarci, è cominciata una vera e propria tormenta e le guide non osano andare avanti così al buio: attendiamo per più di mezz’ora l’alba sotto un vento gelido e con nevischio, battendo i piedi per non farli congelare; io li sento zuppi: nella salita ho perso il basco e lo sostituisco con una maglia che mi fa da passamontagna…
Al primo vallone Alberto comincia inspiegabilmente a scendere: dopo un po’ si ferma imbarazzato; lo raggiungo con Carlo Autiero: ha perso completamente la bussola e io con una vera bussola alla mano gli mostro che seguitando a scendere andiamo senz’altro a finire in mano ai tedeschi. Dobbiamo quindi risalire e dirigerci verso oriente: ora è Mario che ci guida. La tormenta diventa sempre più forte ed ormai non ci abbandonerà fino a destinazione. Oscar Autiero comincia a dire che non ce la fa più: sono le sette circa. La sua crisi si accentua: il fratello ed io siamo costretti a tirarlo a turno, mentre ci distacchiamo dal gruppo. Sono preoccupato che il distacco non si accentui troppo, perché la traccia che il gruppo lascia, poco marcata per il fondo gelato, può venire presto ricoperta dalla neve che fiocca. Fortunatamente il gruppo fa dei numerosi alt: molti sono infatti quelli che non ce la fanno più ed alcuni di essi debbono rimanere abbandonati: poveretti! Rimanere nella neve in quelle condizioni vuol dire la vita! Ad un tratto Oscar si butta a terra dicendo di non farcela più, che si sente rompere il cuore e conclude: “Lasciatemi, andate pure avanti, io ho tanto sonno, dormo un po’ e poi vi raggiungo!”. Ha la faccia paonazza. Io e Carlo ci guardiamo scoraggiati, lo riprendiamo ad alta voce, lo scuotiamo: io gli verso dello zucchero in bocca e gli faccio mangiare un po’ di marmellata. Riusciamo a farlo alzare e continuiamo a trascinarlo fermandoci si può dire ogni cento metri e dicendogli che ormai si tratta solo di mezz’ora. Così fin oltre le dieci, storditi ed accecati dal vento e dalla neve, riunendoci ogni tanto al gruppo e poi nuovamente perdendo contatto. Fortunatamente pian piano Oscar supera la crisi, lui dice in virtù dello zucchero e della marmellata e cammina quasi senza aiuto.
Al quinto vallone iniziamo la discesa: le guide stesse non sanno neppure loro dove precisamente si vada a finire! Io dalla direzione tenuta e dalla strada fatta penso che al peggio dovremmo essere nel vallone di Taranta e quindi uscire nella terra di nessuno. Arrivati quasi a valle, attraverso una neve che in parte fresca e in parte non gelata regge poco, la tormenta cessa e vediamo sotto noi un paesetto quasi completamente distrutto. A vederci siamo assai mal ridotti: i piedi li sento gelati, specialmente il destro, dato che si è scucito il tallone della scarpa; le mani pure, perché i guanti di lana bagnati dalla neve sono diventati rigidi, ugualmente buona parte della maglia che ho in testa: alle sopracciglia ed ai capelli sulla fronte si è attaccata la neve che poi si è ghiacciata: non posso toglierla, altrimenti strapperei tutto. Che il paese sia Taranta viene riconosciuto solo mentre lo raggiungiamo: non si vede anima viva. Ci fermiamo alcuni minuti sulla strada rotabile, poi entriamo nel paese e ci viene incontro tra la nostra gioia un tenente indiano. Ce l’abbiamo fatta.»

Goffredo Palmerini


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