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Il sentiero della libertà, la traversata della Maiella da Sulmona a Casoli. Narrazione dei protagonisti: tra loro Carlo Azelio Ciampi

Parte IV

Fuga dal treno: Autunno-Inverno 1943-1944. Dal Campo 78, dopo l’8 settembre, i prigionieri alleati vengono incolonnati e accompagnati alla stazione di Sulmona per essere immessi nei vagoni dei treni e deportati in Germania, ai campi di lavoro. Le colonne dei prigionieri sono generalmente controllate da guardie tedesche, che non risparmiano pallottole contro coloro che cercano di allontanarsi dallo schieramento. Sui vagoni, simili a quelli diretti ad Auschwitz, i prigionieri sono addossati gli uni sugli altri, senza servizi igienici, scarse aperture per l’aria. Un ammasso di gente destinata a morire subito o all’arrivo in Germania, dopo giorni di tragitto in condizioni invivibili. Ma anche in queste condizioni, si pensa alla fuga. Ne sono testimonianze quelle di Jack Goody, Sam Derry, John Verney e altri. Verney, nel bellissimo libro “A Dinner of Herbs, Un pranzo di erbe” racconta: «La lunga fila di prigionieri, sotto la scorta delle sentinelle, si dirigeva a passo strascicato verso un treno di carri bestiame. A sera inoltrata, una fila di lampade, parzialmente oscurate per la paura dei bombardamenti, gettava ad intervalli una luce spettrale. Il mal di testa divenne così acuto che, ogni tanto, mi rannicchiavo sullo zaino. Il mio malessere era talmente evidente che un soldato tedesco si avvicinò chiedendomi se avessi bisogno di un dottore. Immaginando fresche lenzuola d’ospedale, fui tentato di dire di sì, ma Amos lo assicurò che stavo bene. […] Si udì uno sparo, all’inizio della fila. Il lento passo di marcia e il sussurrare di millecinquecento voci crearono un’atmosfera di silenzio spettrale, che durò qualche secondo. Una o due grida. E di nuovo silenzio. Poi la conversazione riprese con forzata indifferenza. “Uno jugoslavo ha cercato di fuggire. La sentinella gli ha sparato e l’ha ucciso”. La notizia, mormorata lungo la fila, provocò un altro brivido.
L’ho visto quando è successo”, disse più tardi qualcuno. “Un pezzo d’uomo con i capelli neri e con una sciarpa bianca di cotone intorno al collo”. Poco dopo, passammo vicino a quella figura indistinguibile. Un paio di stivali usciva da sotto un sacco. Era l’avvertimento per chi stava pensando di attuare un simile piano di fuga. […]  Intorno alle 23, Amos, Mark ed io eravamo stretti su un carro bestiame insieme ad altre trenta persone. Il pavimento puzzava di pecora, o forse di capra. Fu chiusa la porta scorrevole e bloccata dall’esterno. Abituatomi all’oscurità, scorsi un barlume di cielo, attraverso l’apertura per l’aerazione sotto il tetto, dalla parte opposta. Iniziò il viaggio verso la Germania. Il treno cominciò a muoversi un po’ avanti e un po’ indietro. Mezzo addormentato mi chiesi se stavamo andando verso Roma, ma non avevo nessuna idea della distanza e del tempo. Poi ci muovemmo in avanti e caddi addormentato come un sasso. Mi risvegliai che il treno era fermo. Mal di testa sparito, come mi succede spesso. Mi sentivo bene e scoppiavo di salute. Amos mi stava scuotendo la spalla, dicendomi di dare un’occhiata. Ci mettemmo in piedi con cautela e cercammo di arrivare all’apertura per l’aerazione, passando sui corpi. Era abbastanza alto per poter dare un’occhiata fuori. Disse che eravamo vicini ad una ripida altura, che una sentinella tedesca andava avanti e indietro lungo la linea e che la notte era abbastanza scura. Il treno poteva ripartire da un momento all’altro. Non c’era tempo per raccogliere la nostra roba o le nostre provviste. Mi aiutò a sollevarmi e rimasi appeso mezzo dentro e mezzo fuori dall’apertura, cercando di sentire i passi della sentinella. Stava allontanandosi. Riuscii a scendere lungo la ferrovia e mi arrampicai sull’altura, gettandomi sul terreno coltivato a fagioli. Lo ricordo bene. Qualche istante dopo, Amos giacque affannato al mio fianco. Dopo un lunghissimo minuto il treno ripartì. Non appena si allontanò, qualcuno si gettò goffamente tra i fagioli vicino a noi. Nascondemmo facce e corpi a terra, nel timore di essere visti da qualche contadino italiano o da un soldato tedesco. Ci stavano cercando, ma non quelli che avevamo immaginato. “Eccovi”, disse l’uomo, raggiungendoci. “Cristo, Mark, chi ti ha chiesto di venire?” dissi sottovoce».
John Verney e gli altri due arrivano a Introdacqua, poi alle casette di Pettorano, dove troveranno accoglienza, ospitalità e aiuto dalle famiglie Amatangelo e Crugnale. Ecco come Sam Derry (“The Rome Escape Line, Linea di fuga 1943-1944), che poi arriverà in Vaticano e sarà il più importante collaboratore di Mons. O’ Flaherty, racconta il suo salto dal treno nei pressi di Tivoli: «“E’ una follia!”, pensai, quando in un assolato mattino italiano la porta del vagone si aprì e mi lanciai dal treno in corsa che trasportava i prigionieri di guerra. Tremo ancora, quando ripenso a come rotolai e rimbalzai su una coltre di sassi, terribilmente vicino all’assordante rombo delle ruote del treno. All’improvviso rimasi senza fiato, colpito da un dolore lancinante. Toccai il suolo piegato goffamente sulle ginocchia, mi sporsi in avanti e, scivolando, mi ritrovai sdraiato a terra dopo un’eternità di secondi, pieno di graffi, braccia e gambe aperte, come una camera d’aria sgonfia. Ero lì, inerme, aspettando solo di essere colpito. Incredibilmente, inspiegabilmente, gli spari non arrivarono». Jack Goody, considerato il più grande antropologo britannico, catturato in guerra dall’Afrika Korps di Rommel, arriva al Campo 21 di Chieti e poi al Campo 78 di Sulmona. Salta dal treno che lo sta portando in Germania e si trova nei pressi di Anversa degli Abruzzi e poi, insieme al gruppetto di amici si dirige verso Casale di Cocullo, nascondendosi in una grotta, sfamati dagli abitanti (“Oltre i muri, la mia prigionia in Italia”). La sua testimonianza, al ritorno in Abruzzo: «Non ho passato molto tempo in Abruzzo, ma il tempo che vi ho passato è stato molto intenso e mi ha segnato per sempre. […] In realtà furono molto gentili, ci dettero qualcosa da mangiare e ci mostrarono una grotta dove poterci stendere e nasconderci meglio. Da lì in poi, si presero buona cura di noi».

Goffredo Palmerini


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