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Il sentiero della libertà, la traversata della Maiella da Sulmona a Casoli. Narrazione dei protagonisti: tra loro Carlo Azelio Ciampi

Parte II

Novembre 1943. Le sette di sera. Ponte di via Ancinale, proseguimento di via Pola, oltre la variante. Periferia di Sulmona. Al buio, un centinaio di persone sta componendo una lunga fila. Lingue straniere e parole dialettali si rincorrono dall’uno all’altro. Davanti due o tre sulmonesi. Le guide del percorso. Gli unici che sanno quanto sarà difficile, temerario l’attraversamento della Maiella. E da lì al Sud. Maiella, montagna madre degli abruzzesi, ma ora nelle mani dei tedeschi. La carovana si incammina. Serata novembrina, in compagnia d’un clima piuttosto mite. Gli stranieri sono la maggioranza. In gran parte, prigionieri fuggiti dal campo di Fonte d’Amore, dopo la dichiarazione dell’armistizio. Sono stati accolti e ricoverati nelle famiglie di Sulmona, dove hanno trovato cibo, rifugio, simpatia. Non se l’aspettavano, sapendo che Mussolini aveva affermato “Dio stramaledica gli inglesi”, frase spesso ripetuta alla radio. Ma era falsa anche per il dittatore, perché aveva affermato di non credere in Dio. A Sulmona, erano pochi quelli che possedevano una radio. Solo qualche famiglia benestante. La gente ascoltava i discorsi di Mussolini dalla radio in piazza, a tutto volume. Gli inglesi fuggiti dal Campo 78 si erano subito ricreduti sull’adesione degli italiani al fascismo. Non solo, ma avevano capito che le parole di Mussolini erano per gli italiani parole vuote. Soprattutto ora che Mussolini è politicamente finito, caduto nelle mani di Hitler, dopo la fuga dal Gran Sasso. Aveva creduto, solo lui, al progetto delirante: «Per fare grande un popolo bisogna portarlo al combattimento, magari a calci in culo. Così farò io».
Forse, anzi certamente, un politico che se n’intendeva della guerra, il primo ministro inglese, Winston Churchill, conosceva gli italiani meglio di Mussolini: «Gli italiani sanno eccellere in moltissimi campi… Eppure si sono ostinati a fare la sola cosa nella quale non sono mai riusciti molto bene, vale a dire combattere». Ed era vero, perché molti italiani si erano iscritti al partito nazionale fascista per pacifica sopravvivenza (PNF= Per Necessità Familiari), piuttosto che per adesione volontaria o per condivisione di ideali. Al Borgo Pacentrano di Sulmona, dove erano stati ospitati e dove ne rimanevano ancora tanti in attesa di fuggire attraversando la Maiella o di essere accompagnati a Roma, avevano trovato un ambiente familiare. Un borgo-famiglia, dove si passava da una casa all’altra, assistiti come parenti. Con l’organizzazione accurata della traversata si vuole ora tentare un primo esperimento di fuga, affrontando con le guide il superamento o l’accerchiamento della Maiella. Gli alleati sono ancora lontani, mentre i tedeschi stanno occupando la zona tra l’Abruzzo e il Molise. Queste, le poche informazioni. Ma, chiedendolo alla storia, Kesselring ha già rassicurato Hitler di riuscire a bloccare l’avanzata alleata. Tra l’Abruzzo, il Lazio e il Molise. La linea Gustav. Il cammino prosegue con ritmo cadenzato. L’uno dietro l’altro, in fila indiana. In alto si vedono le poche luci fievoli di Pacentro. Anche lì sono ospitati centinaia di prigionieri fuggiaschi. Aspettano l’arrivo degli alleati. Ma il ritardo aumenta il pericolo di cadere nei rastrellamenti tedeschi. Sono avvenuti anche a Sulmona, al borgo pacentrano. Giovani e anziani italiani rastrellati per essere condotti a Pescocostanzo: a scavare trincee. Anche un prigioniero del Campo 78 vi è finito e ne è miracolosamente fuggito parlando in tedesco con due austriaci. È John Furman, che lo racconterà nel suo libro autobiografico “Be not fearful, Non aver paura”.
La carovana supera il bivio per Pacentro e si dirige verso Campo di Giove, costeggiando Cansano. Comincia la salita, anche se piuttosto agevole. Solo in alcuni passaggi ci vuole fiato e volontà di proseguire. Fortunatamente il sentiero attraversa luoghi pianeggianti, adatti a riprendere forza. Dopo alcune ore dalla partenza si vedono in lontananza le luci di Campo di Giove. Le guide fermano la carovana. Se ne conoscono ormai i nomi: Alberto Pietrorazio, Domenico Silvestri, Mario Di Cesare. A loro la responsabilità morale dell’esito della traversata. Sanno che a Campo di Giove ci sono i tedeschi. Che il paese è stato evacuato su loro ordine. Che al Guado di Coccia, un mese fa, è avvenuto uno scontro armato, lasciando morto in terra il giovane tenente italiano, Ettore De Corti.  Non c’è bisogno che raccomandino massima attenzione e, con l’aiuto, di alcuni ex-prigionieri interpreti, danno le informazioni e stabiliscono di attraversare il paese, costeggiandolo al largo. Sono le dieci di sera. Qualcuno ha fatto uno spuntino, camminando. Un panino. Una salsiccia. Un po’ di formaggio. Si va verso il monte Porrara. Comincia la vera salita. L’obiettivo è il Guado di Coccia. Proprio il luogo dove è avvenuta la sparatoria e la morte di De Corti. Si sale lentamente, evitando ogni rumore. I tedeschi stanno in allerta. Sanno che Campo di Giove è un paese di riferimento per italiani e alleati, perché passaggio tra il Nord e il Sud. Per questo, al Guado di Coccia, avevano trovato decine di giovani italiani in procinto di recarsi al Sud per unirsi agli alleati.
Kesselring sta preparando la grande diga di difesa per bloccare l’avanzata alleata. Il fiume Sangro sembra messo lì come linea di separazione e di confine. Si va creando la terra bruciata. La terra di nessuno. Un paesino, Pietransieri, frazione di Roccaraso, annientato. Terra e gente bruciata: centoventotto trucidati. Novembre 1943, novembre di morti, novembre da non poter mai dimenticare. La fila dei fuggiaschi giunge al Guado di Coccia e scende verso Palena. Al buio tra gli alberi che sovrastano il paese. Lontani dalle case, proiettati verso Sud. Le guide decidono di sciogliere la carovana, in piccoli gruppi, diretti verso il Molise. Nei giorni precedenti, piccoli gruppi di prigionieri in fuga dal Campo 78 sono giunti a Campobasso, incontrando gli alleati. Lo racconterà nel suo libro sull’Abruzzo, “The Way Out, Libertà sulla Maiella”, lo scrittore sudafricano Uys Krige. La traversata non è finita, ma il passaggio della Maiella è avvenuto, senza incidenti. Tutti salvi. E’ giorno ormai e le strade controllate dai tedeschi sono facilmente evitabili. Dopo la prima, vengono organizzate altre traversate. Più difficili, più rischiose nel superamento della linea Gustav. Ma, nonostante la creazione di quel muro impenetrabile e insuperabile, altri prigionieri fuggiaschi, antifascisti, giovani italiani che scelgono di stare dalla parte degli alleati, affrontano la traversata relativamente più corta, ma più controllata e più battuta: Sulmona-Casoli.

Goffredo Palmerini


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