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Salvare una piccola Francia

di P. L.

Cambiamenti climatici e specie estranee minacciano l’arcipelago delle Kerguelen nelle terre australi e antartiche francesi.

L’Isola Verde è diventata gialla. Tutta colpa di un dente di leone, un fiore arrivato chissà come in questo gelido fazzoletto di terra dimenticato da Dio. Lo chiamano l’arcipelago del vento, quello delle Kerguelen: avamposto francese a 12500 km da Parigi, appena 3000 dall’Antartide. Scoperto nel Settecento da navigatori e avventurieri, oggi è una delle più grandi riserve naturali al mondo. Ma anche qui, nelle terre australi e antartiche francesi – Terres australes et antarctiques françaises TAFF – sospese tra l’Oceano Indiano e l’Antartico, dove l’opera umana fatica a lasciare la propria impronta, cambiamenti climatici e “colonizzatori” vegetali non risparmiano flora e fauna. Che cambia pelle.

Ma ora il governo ha deciso di tutelarlo, aumentando di 30 volte la superficie protetta. La riserva naturale che comprendeva gli arcipelaghi di Crozet e Kerguelen, l’isola di Saint Paul e Amsterdam, è passata da 22.700 a 672.000 km quadrati (l’arcipelago si estende complessivamente su 7.700 km quadrati) abbracciando anche le aree marine attorno alle isole: un allargamento enorme, trenta volte superiore rispetto al parco originario istituito nel 2006, un’immensa area protetta nelle remote terre australi più grande dell’intera Francia. All’interno del perimetro tracciato dai nuovi confini è vietato introdurre qualsiasi specie animale o vegetale che non sia stata autorizzata dallo Stato per morivi scientifici o di sicurezza.

Gli arcipelaghi di Crozet e Kerguelen, del resto, sono una miniera di biodiversità: qui risiede la più grande comunità del mondo di uccelli marini con oltre 50 milioni di esemplari, cui si sommano pinguini, balene, gabbiani, procellarie giganti, elefanti marini. Ma il pericolo estinzione è dietro l’angolo: basti pensare all’albatro di Amsterdam di cui restano solo una trentina di coppie, o le orche, decimate dalla pesca intensiva e illegale durante gli anni Novanta. Oggi l’area marina è sorvegliato grazie ai satelliti e da alcune imbarcazioni della Marina nazionale sudafricana. Eppure, nonostante la pesca sia vietata su una superficie di 120.000 metri quadrati, la seconda più vasta al mondo, quella illegale continua ad essere praticata, riferisce a Le Monde Cédric Marteau, direttore della riserva, che dal 2000 ai giorni nostri ha contato ventisei navi, nella maggior parte dei casi asiatiche, intente alla pesca di frodo. A minacciare l’ecosistema sono anche alcuni animali come i gatti selvatici, nefasta eredità dei pionieri conquistatori, che li portavano con sé sulle navi durante le lunghe spedizioni in mare per dare la caccia ai ratti. Attualmente i 7000 esemplari rimasti sull’arcipelago delle Kuerguelen divorano, ogni anno un milione di uccelli circa.

Il resto lo fa il riscaldamento globale: acque sempre più calde, con un innalzamento della temperatura di 1,3 gradi centigradi e precipitazioni diminuite del 50%, spingono i pinguini a lanciarsi in viaggi sempre più lunghi per procacciare il cibo per i piccoli, che spesso muoiono nell’attesa. In una lotta contro il tempo per salvaguardare flora e fauna australi, circa 250 scienziati ogni anno posano i propri stivali alla fine del mondo, con le dovute accortezze: vietato il trasferimento di materiali nelle casse di legno – per evitare di introdurre elementi patogeni per l’ecosistema – o di plastica: la loro eventuale dispersione nell’oceano arrecherebbe danni inestimabili. E “decontaminazione” ogni qualvolta che un ornitologo arriva su una delle 350 isole ai confini del mondo. Anche una pulce può essere fatale.


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  • Published: 241 giorni ago on 19 aprile 2017
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  • Last Modified: marzo 22, 2017 @ 11:17 am
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