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Jorgenes e il terremoto

di Antonio Bini

Il libro dello scrittore danese Johannes Jorgensen, uno straordinario racconto sul terremoto della Marsica, del 13 gennaio 1915.

A un secolo di distanza dal catastrofico terremoto che sconvolse l’Abruzzo, e in particolare Avezzano e la Marsica, una straordinaria testimonianza di quella tragedia del poeta e scrittore danese Johannes Jørgensen. Quel tragico 13 gennaio 1915 Johannes Jørgensen si trovava in Italia, a Siena. Appresa la notizia del terribile terremoto che devastò tragicamente la Marsica, egli volle immediatamente raggiungere l’area colpita, e in modo particolare Civita d’Antino, per conoscere di persona le conseguenze del sisma nel borgo della Valle Roveto così caro a molti danesi, da oltre trent’anni sede estiva della scuola d’arte del maestro Kristian Zahrtmann. Da Siena arrivò a Roma, poi con un auto presa a noleggio, seguì l’itinerario per Tivoli, Tagliacozzo, Cappelle dei Marsi, Avezzano, Capistrello, Civitella Roveto, la stazione ferroviaria di Morino Civita d’Antino, per poi raggiungere finalmente Civita, erta sul colle, dolorosa tappa finale del suo viaggio in Abruzzo. Quella di Johannes Jørgensen, grande biografo di San Francesco d’Assisi, costituisce un’eccezionale testimonianza, lucida e al tempo stesso intensa e commovente, del dramma vissuto dalle popolazioni della Marsica, della devastazione provocata dal sisma, dei morti e feriti, ma anche della generosa opera di volontari e militari. Drammatica e prolungata la descrizione di Avezzano, interamente distrutta. Scriverà riferendo icasticamente d’aver avuto l’impressione d’essere tornato da un campo di battaglia.

Il suo racconto, pubblicato a Copenaghen nel 1915, aveva in particolare l’obiettivo d’informare i tanti danesi che conoscevano molto bene Civita d’Antino attraverso le tante opere dipinte da decine di artisti, amici o allievi di Zahrtmann. La notorietà del paese abruzzese in Danimarca è d’altra parte implicita nel titolo del racconto. Oltre alle migliaia di vittime, il terremoto segnò la fine d’una straordinaria stagione artistica, poi scivolata lentamente nell’oblio.

Civita d’Antino, per opera del pittore danese Kristian Zahrtmann, era diventata davvero un vero e proprio cenacolo per centinaia di artisti scandinavi. L’artista vi era giunto nel giugno del 1883. Quel paese di montagna, la sua gente semplice e schiva, i ritmi della vita cadenzati dal lavoro nei campi, furono per Zahrtmann una scoperta che gli avrebbe cambiato l’esistenza. Così scrisse, in una lettera del 22 giugno, al suo amico Frederik Hendriksen: “Sono innamorato della montagna e del carattere che dona alla gente che l’abita. Dovresti vedere i giovani lavoratori tornare dai campi. Con le zappe in spalla, canticchiando allegri le loro melodie del Saltarello. Avresti detto con me che in nessun teatro s’era mai sentito un coro più bello. Questo perché tutti cantano di cuore, così che la loro gioia sale dritta nell’aria come una bolla scintillante”. Fatto sta che egli elesse proprio quello sperduto borgo come sua seconda patria, trascorrendovi ogni anno l’estate, fino al 1911. Entrò presto in comunione con quella gente, nella sua semplicità ricca di gentilezza e di valori dal sapore antico. D’ogni cosa che riguardasse la quotidianità di Civita d’Antino, le tradizioni e la religiosità, Zahrtmann rimase intrigato, tanto da amarla fortemente. Un amore certamente ricambiato, copioso di premure e d’affetto dei suoi abitanti, tanto da vedersi tributato, nel 1902, il conferimento della cittadinanza onoraria di Civita. Non fu un caso isolato il fascino che questo borgo esercitò su Zahrtmann. Uguale folgorazione aveva subìto nel 1877 il pittore danese Enrik Olrik e prima ancora nel 1843 Edward Lear, inglese di nascita ma di genitori danesi, “landscape painter” com’egli si definiva e viaggiatore attento, che pagine superbe avrebbe vergato proprio sull’Abruzzo. Ebbene, proprio Kristian Zahrtmann, di sua iniziativa, fece nascere a Civita d’Antino una vera e propria scuola estiva per artisti scandinavi, che poi prese il suo nome, completamente innovativa nei programmi e nei metodi formativi, in aperta contestazione con le politiche dell’Accademia delle Arti danese. Da quel momento quel borgo della Valle Roveto divenne punto di riferimento per centinaia d’artisti dal nord Europa.

Il racconto profondamente umano di Johannes Jørgensen segnala ad Avezzano, epicentro del sisma, l’encomiabile presenza dei Vigili del Fuoco di Bologna, che operò a supporto dell’esercito, ma anche di infermieri giunti da Roma in treno, di parroci e di tante persone. Nei paesi intorno ad Avezzano i soccorsi arriveranno più tardi, come nella stessa Civita, dove però lo stesso Jørgensen non mancò di cogliere l’operosità dei sopravvissuti  e anche i primi segnali di ripresa. Forme di solidarietà si manifesteranno anche nella successiva fase di ricostruzione, come ricorda, ad esempio, una targa apposta nell’attuale sede comunale di Civita d’Antino, un tempo scuola, edificata grazie alla solidarietà della popolazione di Genova che forse nulla sapeva di quel lontano paese tra le montagne abruzzesi, mentre l’Italia era in guerra.

 


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  • Published: 1100 giorni ago on 17 febbraio 2015
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  • Last Modified: gennaio 20, 2015 @ 10:00 am
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