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di Carlo di Stanislao
Se, come scriveva Peter Weiss, nel celebre e controverso discorso Laocoonte o Dei limiti della lingua, tenuto in occasione della consegna del Lessing-Preis nel 1965, “in principio erano le immagini”, sono immagini di tristezza quelle abitano questi nostri mestissimi giorni.
Tutte le morti sono crudeli, ma forse qualcuna anche di più. La prima a morire, Fakhra Younas, ex ballerina pakistana diventata poi simbolo della lotta delle donne sfregiate con l'acido, che si è gettata da una finestra del sesto piano della palazzina di Tor Pagnotta, a Roma, dove viveva o meglio conviveva con la disperazione di “un volto cancellato” e di una identità disfatta.
Una vita di stenti la sua, iniziata con un matrimonio d'amore, quasi una mosca bianca fra i mille matrimoni combinati in India, ma subito trasformata in una incubo di violenze e ricatti. La gelosia del marito Bilal, potente politico locale e poi, come accade troppo spesso in Pakistan, il volto sfregiato con l'acido, versatogli addosso di notte, da quell’uomo che temeva di essere lasciato. Così, tredici anni fa, inizia l'incubo, la consapevolezza di essere sola a lottare contro la famiglia di un potente, il coraggio di chiedere il divorzio e gli sforzi per cambiare.
Accolta dalla associazione italiana Smileagain, 11 anni fa, ha cercato, intervento dopo intervento, di ricostruirsi un volto e giorno dopo giorno una vita. Quando è arrivata nel nostro Paese aveva la faccia deturpata e il collo talmente rattrappito dalle cicatrizzazioni da non consentirle più di alzare la testa. Tanti interventi e tanto dolore, raccontati nel libro “Il volto cancellato”, scritto con la giornalista Elena Doni: un importante documento di denuncia, un coinvolgente viaggio nei costumi e nelle tradizioni di un paese lontano, ma anche e soprattutto una vicenda simbolo, in cui si tutte le donne umiliate, offese, sopraffatte dall’ignoranza e dalla prepotenza degli uomini, ma tenaci e capaci di trovare la forza per risorgere e tornare a camminare a testa alta.
Ma quella forza, infine, è venuta meno, anche se ripeteva che “perdonare è possibile” e si deve andare avanti.
Il marito, vivo, vegeto e risposato, per quel gesto ha fatto solo sei mesi di carcere ed ora il figlio diciassettenne, Nauman, che ha vissuto sempre con lei dice sconsolato che il grande coraggio di sua madre rimarrà per sempre il simbolo della lotta delle donne islamiche per l'emancipazione.
La giornata internazionale contro la violenza sulle donne è stata istituita per la prima volta nel 1991, per la commemorazione della morte delle tre sorelle Mirabal, attiviste della repubblica Dominicana brutalmente assassinate il 25 novembre 1961 perché si opponevano al regime dittatoriale del loro paese. La loro storia è stata quindi scelta come emblema a livello mondiale di tutte le donne vittime della violenza di genere.
Nella realtà, ancora oggi, la violenza sulla donne è trascurata, non le si da la giusta importanza e possiamo senz’altro dire che né i media né tanto meno le istituzioni facciano qualcosa di reale per cambiare le cose. Se è accertato che il 70% degli stupri ha luogo fra le mura domestiche, per mano di mariti, fidanzati, familiari e amici che sono i primi da cui dovremmo sempre proteggerci, sappiamo bene che è raro trovare queste notizie sulla prima pagina di un giornale soprattutto se si tratta di italiani, magari anche di buona famiglia.
Tutto questo però ci deve far capire quanto sia calibrato e distorto il discorso pubblico sulla violenza nei confronti delle donne il cui unico fine sembra quello di scatenare teoremi fatti di razzismo, di xenofobia e paura di tutto ciò che è diverso da noi, visto come il pericolo assoluto da cui dobbiamo stare lontane: da una parte il vogliono criminalizzare i migranti e indirizzare verso di loro tutto il male che in realtà è ben più subdolo e diffuso nella nostra società, dall’altra il messaggio che passa è che dobbiamo avere paura, sempre, di uscire, di girare da sole, di andare luoghi diversi da quello della nostra dolce casa.
Sabato 24 marzo, a migliaia di miglia di distanza, nell’avamposto “Ice”, presidiato dai soldati italiani della Task Force South-East, del 1° Reggimento Bersaglieri un attacco a colpi di mortaio, ha ucciso Michele Silvestri, sergente di 33 anni di Monte Procida e causato il ferimento di cinque altri commilitoni, fra cui una donna, alcuni in gravissime condizioni. Con Silvestri l'elenco delle nostre vittime in Afganistan sale a cinquanta, mentre i Servizi segreti avvertono che, di questo passo, il processo di transizione rischia di fallire. Militari che combattono contro un avversario beffardo e spesso sbdoloin una guerra amara per garantire la libertà ad un popolo oppresso.
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