di Giovanna Caprara
L’operazione dell’Istituto Nazionale di fisica nucleare, a caccia di neutrini con il piombo recuperato da una nave romana inabissata 2000 anni fa.
Dalle profondità del mare di Sardegna al cuore della montagna. Questo il viaggio durato duemila anni di una partita di lingotti di piombo che dovevano servire al governo romano repubblicano per costruire condotte e proiettili per fionda e invece si sono inabissati al largo della costa di Oristano, ad un miglio dalla riva. Da oggi hanno trovato posto nell’antro-laboratorio del Gran Sasso dell’Istituto nazionale di fisica nucleare attorno all’esperimento «Cuore» del professor Ettore Fiorini, per bloccare eventuali insidiose radiazioni.
La storia inizia appunto tra l’80 e il 50 avanti Cristo quando una nave oneraria romana proveniente dalla Spagna scivolava sulle onde verso Roma con la stiva ricolma di anfore ma soprattutto di duemila lingotti di piombo. Ad un certo punto accade qualcosa di misterioso e non ancora spiegato. «La nave cola a picco ma sprofonda senza particolari traumi – spiega Donatella Salvi della Sovrintendenza archeologica di Cagliari che ha seguito l’operazione – perché abbiamo trovato i pani ben allineati sul fondo sabbioso. Ed anche le ancore sono ancora al loro posto. La stiva era stata rinforzata per portare il pesante carico tanto che la chiglia conteneva chiodi lunghi 80 centimetri nella parte centrale andando riducendosi verso poppa e prua».
Il relitto era stato scoperto per caso da un sub dilettante e dopo i rilievi della Sovrintendenza l’Istituto nazionale di fisica nucleare finanziò con 300 milioni di lire lo scavo del relitto e il recupero del suo carico.
Così vent’anni fa l’Infn riceveva una prima consegna di 150 lingotti ai quali ora se ne sono aggiunti altri 120. In questi vent’anni li hanno lasciati tutti a decantare perché smaltissero la debole radioattivà che emanavano ed ora sono pronti per essere fusi e fabbricare quella protezione attesa dal professor Fiorini.
I lingotti, lunghi 46 centimetri, alti 9 e pesanti 33 chilogrammi, hanno una scritta, una sorta di marchio recuperato dagli archeologi per i loro studi. «Doveva esserci un grande traffico di piombo – racconta Donatella Salvi – perché questo era un sottoprodotto dell’estrazione dell’argento che serviva per le monete e altri impieghi minori come i servizi da tavola. In età repubblicana erano in circolazione quattro milioni di pezzi di monete e dunque il piombo ricavato era sicuramente rilevante».
La loro nuova vita dopo duemila anni riguarderà la scienza del neutrino nel laboratorio diretto da Lucia Votano. Obiettivo è lo studio di un «decadimento» che consentirebbe di misurare la massa dell’ineffabile particella ma di rivelarne pure altri particolari aspetti.
Il compito è nelle mani, appunto, di Ettore Fiorini, un maestro che da una vita sfida il neutrino sempre nascosto sotto le montagne: prima il Monte Bianco e ora sotto il Gran Sasso. «Passato archeologico e futuro scientifico si trovano riuniti grazie alla fisica delle alte energie» commenta Roberto Petronzio, presidente dell’Infn. In fondo, sono sempre due scienze.
(Fonte: Corriere della Sera)


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