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Moacyr Barbosa e l’eterna maledizione

Moacyr_Barbosa.jpgdi Roberto Bertoni

La storia di un portiere uno dei più forti del suo tempo, ma che nessuno oggi ricorda, ora l’occasione per conoscerlo.

 

Dalle nostre parti, soltanto Mondino Fabbri, il Commissario tecnico della disfatta con la Corea, avrebbe potuto comprendere un simile dramma umano: il dramma di un campione che, da un giorno all’altro, si ritrovò solo, nell’atroce condizione di esule in Patria.

La storia che sto per raccontare va al di là dello sport. È la storia di un portiere che oggi nessuno ricorda, ma ai suoi tempi fu un fuoriclasse tant’è che era il titolare di un Brasile tra i più forti di sempre, quello del 1950, che disputò i Mondiali in casa e li perse in un’assurda finale vinta dall’Uruguay con reti di Schiaffino e Ghiggia.

Era il 16 luglio 1950, una domenica, e l’intero Brasile era certo di dominare e vincere quell’ultimo incontro come i precedenti e di poter festeggiare i propri idoli in quel tempio del calcio che è lo stadio “Maracanã” di Rio de Janeiro, costruito apposta per l’occasione. Persino il Presidente dello Stato di Rio, Ângelo Mendes de Moraes, dando prova di una totale mancanza di prudenza, prima della gara salutò i giocatori con la seguente dichiarazione: “Voi, brasiliani, che io considero vincitori del Campionato del Mondo. Voi, giocatori, che tra poche ore sarete acclamati da milioni di compatrioti. Voi, che non avete rivali in tutto l’emisfero. Voi, che superate qualsiasi altro rivale. Siete voi che io saluto come vincitori”.

Quel pomeriggio al “Maracanã”, tra spettatori e ospiti invitati, c’erano oltre duecentomila persone: un record mai eguagliato nella storia del calcio. Probabilmente, Mendes de Moraes si immedesimò nei sentimenti del pubblico, nella “torcida” scatenata che indossava una maglietta con su scritto “Campioni”.

Moacyr_e_porta.jpgCome abbia fatto l’Uruguay a superare quell’“Invincibile armata” non lo sapremo mai né riusciremo a capire quali sentimenti di furore agonistico abbiano animato il capitano della “Celeste” Obdulio Varela al punto di consentirgli di caricare i compagni e di trascinarli verso un’impresa che equivale alla scalata dell’Everest a mani nude e senza bombole d’ossigeno.

Il Brasile passò in vantaggio con Friaça all’inizio della ripresa ma poi, forse, rimase schiacciato da tutto quel tracimante entusiasmo popolare e non riuscì ad opporsi alla reazione di avversari che giocavano con la mente libera, sapendo di non aver nulla da perdere. Quando Schiaffino segnò il gol del pareggio, sul “Maracanã” calò il silenzio, con la boria che d’improvviso lasciò spazio alla paura, con oscuri e funesti presagi che comparvero all’orizzonte.


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  • Published: 3007 giorni ago on 9 aprile 2010
  • By:
  • Last Modified: gennaio 11, 2013 @ 10:12 am
  • Filed Under: Brasile, Personaggi, Sport
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