di Roberto Bertoni
Di Gaetano Scirea, scomparso il 3 settembre 1989 in un tragico incidente stradale in Polonia, non ci manca solo il campione e la bandiera (merci sempre più rare e artefatte nel calcio di oggi); ci manca soprattutto la mitezza dell'uomo, il suo sguardo sereno e rassicurante, la sua lealtà sul campo e nella vita.
Per questo, quando si parla della Juve di quegli anni, la Juve di Trapattoni che faceva incetta di scudetti e coppe internazionali, oltre ai fuoriclasse come Rossi, Platini e Zoff, all'abilità dirigenziale di Boniperti e alle battute pungenti dell'Avvocato, viene in mente questo libero gentiluomo che affrontava ogni avversario con eleganza, forte della propria classe ma senza mai irridere nessuno né assumere comportamenti scorretti.
Nessun arbitro lo ha mai espulso: se fosse accaduto, probabilmente, la notizia sarebbe rimbalzata sulle prime pagine di tutti i giornali con la stessa evidenza che è stata data, nella storia, alla morte dei papi o di importanti capi di Stato.
Ciò che sorprendeva maggiormente di quella Juve che in un decennio mise in riga il mondo, era la calma e la sobrietà di molti dei suoi protagonisti. È vero che in quell'ambiente è sempre stato difficile sgarrare, anche perché chi sgarrava veniva mandato via pure se si chiamava Sivori, ma Scirea era il simbolo del cosiddetto "stile Juve", mimetizzandosi alla perfezione con l'antica aristocrazia sabauda che il giornalista e scrittore Italo Pietra racchiuse in una frase significativa: "La Juventus non è soltanto una squadra di calcio, ma un modo di intendere la vita".
Pare che la prima cosa che viene insegnata ai giocatori, quando arrivano all'ombra della Mole, sia come si tengono le posate a tavola. Scirea non ne aveva bisogno: classe ed eleganza erano per lui doti innate, naturali, facevano talmente parte del suo modo di essere che riusciva a trasmetterle a tutti i propri compagni di squadra, a dispetto delle differenze caratteriali e di stile che esistono in qualsiasi gruppo.
Osservando alcuni filmati di quella Juve, ripensando a quanto ha vinto, a quanti gol ha segnato, a quante domeniche del nostro calcio sono state dominate dai suoi campioni, viene spontaneo affermare che quella squadra era composta da "undici Scirea".
Nella storia del club, dopo Del Piero, ci saranno tanti altri capitani, speriamo tante altre bandiere, ma nessuno potrà mai eguagliare ciò che Scirea ha rappresentato per i colori bianconeri, così come nessuno potrà mai incarnare la leggenda granata di Valentino Mazzola o quella interista di Armando Picchi.
Siamo d'accordo con chi sostiene che la storia sia ciclica e che, prima o poi, tutto torni, magari sotto altre sembianze, ma ci sarà sempre qualcosa del periodo originale che non si può riprodurre. Forse, in futuro, rivedremo le celebri sfide degli anni Ottanta tra Juve e Roma ma non ci saranno più Boniperti e Viola a duellare come allora, non ci sarà più l'Avvocato con la sua composta passione sugli spalti e, soprattutto, non ci saranno più due capitani come Scirea e Di Bartolomei a regalare a milioni di appassionati atmosfere cavalleresche ormai perdute e passate di moda.
A vent'anni di distanza da quella maledetta domenica di fine estate, vien da riflettere con un velo di tristezza sul fatto che nel calcio moderno, quest'uomo così onesto sarebbe stato quasi fuori luogo.
Ci sarebbe piaciuto ascoltare una sua dichiarazione sullo scandalo di "Calciopoli" e su personaggi come Moggi e Giraudo: di sicuro, si sarebbe sentito a disagio, gli sarebbe parso assurdo vedere la squadra che aveva guidato alla conquista di tutto scivolare nel Purgatorio della Serie B a causa delle decisioni truffaldine operate dai suoi dirigenti.
Eppure, proprio in quel momento abbiamo avvertito maggiormente la sua mancanza, rendendoci conto che non avevamo più neanche uno Scirea da esibire come volto pulito di fronte a chi infangava il calcio italiano e faceva scontare a milioni di tifosi le colpe di pochi personaggi, purtroppo mai usciti veramente di scena.
Era il libero della Juve, uno dei migliori di ogni tempo, ed un uomo libero nelle scelte, "così libero" – ha sostenuto il tifoso juventino Veltroni in un'intervista a "La Gazzetta dello Sport" – "da poter imporre i suoi silenzi e il suo esempio limpido".


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