di Roberto Bertoni
Sapevamo che l'anziano senatore Ted Kennedy (scomparso lo scorso 25 agosto nella tenuta di famiglia a Hyannis Port) era da tempo affetto da un male incurabile: un cancro al cervello che gli concedeva ancora pochi mesi di vita. Eppure, quando abbiamo appreso la notizia della sua morte, abbiamo provato gli stessi sentimenti del presidente Obama: avevamo il cuore a pezzi e ci sentivamo più soli di fronte alle cruciali sfide che ci attendono in futuro.
Pur non essendo un santo, negli anni era diventato una guida, un baluardo per i Democratici americani e per tutti coloro che non si rassegnavano alla deriva conservatrice di una Nazione che negli anni Sessanta, quando ebbe inizio l'epopea politica dei Kennedy, era attraversata dalle idee "liberal" che portarono suo fratello John alla Casa Bianca e milioni di ragazzi a sostenere le battaglie per i Diritti civili di Martin Luther King e a manifestare contro la guerra del Vietnam e ogni forma di discriminazione razziale.
Era un'altra America: più idealista, più libera, più speranzosa; era l'America in cui sono nate le proteste studentesche che sono dilagate poi in tutta Europa e in cui il concetto di uguaglianza sociale cominciava a farsi strada, nonostante l'avversione dei retrogradi che assassinarono John Fitzgerald Kennedy a Dallas, Martin Luther King a Memphis e Bob Kennedy a Los Angeles, mentre era impegnato nella campagna elettorale per le Presidenziali del 1968.
In seguito alle presidenze repubblicane di Nixon, Reagan e dei due Bush, i sogni e gli ideali di quell'America sembravano essersi spenti, come se non ci fosse più spazio per una riflessione sul futuro delle nuove generazioni, per uno sguardo che andasse al di là del benessere presente dei singoli, per un'ambizione che potesse essere davvero collettiva e non un privilegio di pochi ricchi che pretendono di decidere anche per gli altri.
Ha ragione Furio Colombo quando, analizzando l'opposizione di Ted alla guerra in Iraq voluta da Bush e quella del fratello Bob alla guerra in Vietnam portata avanti da Johnson, scrive: "La differenza è che la guerra alla guerra di Robert Kennedy avveniva alla testa di tutti i grandi della cultura americana (da Leonard Bernstein a Norman Mailer a Allen Ginsberg) e di milioni di giovani disposti anche a farsi arrestare, bruciando le cartoline precetto, piuttosto che diventare soldati. La guerra alla guerra di Ted Kennedy contro George W. Bush è stata una guerra da solo, con pochissimi colleghi senatori, e ben poca opinione pubblica, dalla sua parte".
Tuttavia, Ted non si è rassegnato, ha continuato a sfidare i Repubblicani e a denunciare l'aberrazione di un conflitto che ha provocato solo dolore e un numero imprecisato di morti (anche fra le truppe americane); ha continuato la propria lotta per l'assistenza sanitaria pubblica, e dunque estesa a tutti, denunciando ad alta voce l'ingiustizia che il diritto alla salute fosse garantito solo a chi se lo poteva permettere, pagando cifre ingenti.
Ha contribuito, con la legge Anti-Apartheid, alla fine della Segregazione razziale in Sudafrica, dopo essere stato in prima linea nel passaggio della storica legge sui Diritti civili che segnò la più grande vittoria di Martin Luther King e dell'intero Paese in quell'epoca.
Non ha mai smesso, insomma, di essere orgogliosamente un "liberal", un uomo dolce, un politico lungimirante che aveva capito con decenni di anticipo ciò che altri non hanno capito ancora oggi.
Per quarant'anni si è battuto affinché le speranze dei suoi fratelli assassinati divenissero realtà; affinché aspirazioni considerate fino ad allora utopiche si concretizzassero.
Gli scettici sosterranno che, per realizzare le sue utopie, sarebbe dovuto diventare Presidente. Noi, al contrario, pensiamo che le abbia realizzate ampiamente, appoggiando fin da subito la candidatura alle Presidenziali di Barack Obama che considerava "l'erede degno dei miei fratelli".
Quando John divenne presidente, nel 1960, nessuno immaginava che quarantotto anni dopo al suo posto ci sarebbe stato un afro-americano con una famiglia tutta di colore. Nessuno, a parte – crediamo – Ted Kennedy, che dei sogni dei suoi fratelli ne ha fatto una missione, condotta con audacia e dignità, affrontando ogni sorta di ostacolo.
Per rendergli l'omaggio che merita, ci affidiamo alle parole con cui descrisse a Colombo il senatore Obama: "Quel che c'è di nuovo, di diverso, in lui è il coraggio. Tutti pensano che il coraggio sia la prima qualità di un leader politico. Invece non c'è quasi mai. L'ostentazione copre il conformismo, copre la voglia di piacere che induce a fare il già fatto. Qui è diverso. Barack sa che non siamo uguali, non siamo giusti, non ci curiamo dei deboli, non ci interessa quel che succede nel mondo e lasciamo che molta gente – nel Paese più ricco del mondo – muoia senza cure e senza assistenza. Lo sa e sa che questo è l'impegno di un grande Paese, anche se ti danno del socialista. Gli daranno del socialista, ma questa è l'altra sua qualità. Non si ferma. Lui non è uno che sta in vetrina per farsi ammirare. Figura bene. Ma a un certo punto molti lo ammireranno di meno. La buona cosa è che lui non cambia per questo. Lui va avanti, vedrai". Addio Edward Moore Kennedy.


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