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Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, il coraggio dell’informazione

Ilaria Alpidi Roberto Bertoni

Quindici anni fa, il 20 marzo 1994, venivano uccisi a Mogadiscio Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, la coraggiosa giornalista e l’operatore del Tg3 che, secondo alcune interpretazioni, avevano scoperto un traffico di veleni, rifiuti tossici e radioattivi prodotti nei paesi industrializzati e nascosti negli stati poveri dell’Africa, in cambio di tangenti e armi scambiate coi gruppi politici locali.

Per chi ha il privilegio di svolgere il mestiere di giornalista, non è opportuno soffermarsi sui lavori e le controversie della Commissione parlamentare d’inchiesta perché si finirebbe con il perdere di vista quella che è stata la grandezza umana e professionale di questi due cronisti che partirono come inviati per seguire la guerra civile somala. È importante, invece, riflettere sull’impegno con cui Ilaria e Miran svolgevano il proprio lavoro: un esempio di serietà e spirito di servizio nei confronti dei cittadini che di questi tempi è estremamente raro.

Nonostante le numerose insidie e i rischi che avrebbero corso recandosi in luoghi così pericolosi, non esitarono a partire poiché ritenevano che il loro dovere di informare andasse al di là dei comprensibili timori per una missione non semplice e per di più caratterizzata dalla presenza di interessi economici e zone d’ombra su cui tuttora persistono forti dubbi.

Quando la uccisero, Ilaria Alpi non aveva ancora compiuto trentatre anni ma aveva già un’ottima esperienza e un’innata passione per il suo lavoro che la induceva a non accontentarsi mai, a cercare sempre nuove storie da raccontare, nuove vicende da far vivere, nuovi personaggi da intervistare e portare alla luce, nuovi soprusi da smascherare e combattere in nome dell’etica che guidava ogni suo gesto.

Nel 2002, per merito del regista Ferdinando Vicentini Orgnani, è stato prodotto anche un film, “Ilaria Alpi – Il più crudele dei giorni”, che ricostruisce gli ultimi giorni della Alpi e di Hrovatin, fino ai tragici colpi di kalashnikov che posero fine alla straordinaria avventura di due persone che credevano nell’importanza del giornalismo come baluardo e segno distintivo di qualunque democrazia.

Da allora, i genitori di Ilaria hanno cercato in ogni modo la verità sul duplice omicidio, ma è evidente che dietro ci sono interessi troppo cospicui perché si possa conoscere, al di là degli interessi che ancora giocano un ruolo nel mantenere la segretezza di certi retroscena, la dinamica vera dei fatti e, soprattutto, la figura dei mandanti di questi efferati delitti.

Dal 1995, ogni anno a Riccione si assegna il “Premio Ilaria Alpi” alle migliori inchieste televisive italiane dedicate ai temi della pace e della solidarietà, e “Emergency” le ha intitolato il centro chirurgico di Battambang, in Cambogia. Senza dimenticare le decine di scuole, strade, parchi, biblioteche ed edifici in generale che portano il suo nome. Tuttavia, non è un caso che Enzo Biagi, nel suo ultimo libro (“Quello che non si doveva dire”), abbia inserito il dramma della Alpi e di Hrovatin in un capitolo intitolato: “Da Mogadiscio a Bagdad: la caduta dell’informazione”. Finché non sarà fatta chiarezza sulla loro scomparsa non potrà esserci giustizia e bisognerà continuare a chiedere incessantemente che vengano alla luce i troppi punti oscuri di una morte che ha come primo mandante l’allergia dei potenti alla verità.


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