di Davide Castrianni
L'avvento di un fenomeno mediatico come le Olimpiadi ha riportato all'onore delle cronache la situazione tibetana. Ma si tratta di "un'informazione pessima". In realtà questa stessa attenzione non ha portato che a una grossolana diffusione di notizie più o meno manipolate, perlomeno parziali: quel che qui poniamo necessariamente in discussione non è tanto l'attuale politica delle istituzioni cinesi, quanto piuttosto quella delle forze internazionali. Affrontare il problema in termini di diritti umani è certamente una modalità valida ma che coincide con la politica di esportazione del modello tanto caro alla mentalità occidentale.
Non ha senso, come sosteneva Enrica Collotti Pischel, parlare di conquista del Tibet da parte della Cina comunista nel 1950, perché da due secoli la regione era parte dell'impero cinese, impero costituito da identità differenti in grado più o meno di convivere: con questo si vuole semplicemente rivedere un'informazione imprecisa sempre più diffusa. La legittimità di questo governo è stata messa in discussione in primis dalle mire inglesi sul Tibet, manifestatesi dall'India coloniale nel 1913, per sfociare nella rivolta di fine anni Cinquanta, fomentata dall'Inghilterra e finanziata dalla CIA. Queste forze internazionali, in un secondo momento hanno cercato l'appoggio di una figura come quella del Dalai Lama: figura che dal 1951 godeva di un trattato con la Repubblica Popolare Cinese che garantiva un regime di autonomia della regione. L'accordo venne dichiarato decaduto all'interno del clima di rivolta di quegli anni. Da qui l'azione del governo cinese che spossessò i monasteri, ma non impedì la fuga del Dalai Lama all'estero, negando da allora ogni minima richiesta di autonomia in base alla necessità di non indietreggiare rispetto alle proprie posizioni. Tutto ciò per non fare apparire debole l'immagine statale, com'è ovvio. Su ciò si innesta l'attuale, violenta repressione del governo cinese nei confronti della protesta tibetana, la cui condanna dev'essere immediata e consapevole per tutto quanto riguarda i diritti violati. Con questo intervento si vuole solo ricordare che l'informazione, troppo spesso parziale, ha invece la responsabilità di essere quanto più possibile completa e consapevole.
Questo intervento prende le mosse e si avvale di un articolo, pubblicato nel 2000, della sinologa Enrica Collotti Pischel, scomparsa nel 2003, e recentemente ripreso dalla rivista Carmillaonline.


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