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Bambini abbandonati

chiapas1.jpgdi Nicola Ricchitelli 

L'espressione "bambino abbandonato" non evoca alcuna immagine a quasi un italiano su tre. Gli altri 2/3 pensano al Terzo mondo, ai bambini di strada, ai neonati lasciati nei cassonetti. Lo rivela una ricerca condotta da Gkf Eurisko per conto di Aibi e Chicco su un campione di 800 persone dai 18 ai 74 anni, presentata pochi giorni fa a Milano. "Questa ricerca ha evidenziato come il tema dell'abbandono dei minori si collochi tra una grande angoscia, che provoca la presa di distanza, e la disponibilità all'aiuto che abbiamo riscontrato nelle persone -dice Isabella Cecchini di Gfk-Eurisko-. Quando si parla di abbandono le idee più forti sono il cassonetto e il Terzo mondo, ma se le persone sono aiutate a riflettere, riconoscono una dimensione più interna all'abbandono, come quella dei bambini trascurati in famiglia". Altro tema dimenticato e poco pensato è la lontananza dalle istituzioni e dalle strutture di assistenza. "Le persone pensano che il bambino in orfanotrofio non sia abbandonato: in realtà, se aiutate, problematizzano e si rendono conto di come siano queste strutture siano carenti nel rispondere ai bisogni affettivi primari", prosegue Cecchini. Gli intervistati si informano soprattutto in televisione e, interpellati, hanno anche dimostrato una grande generosità a farsi carico del problema, anche in minima parte.
Cause e bisogni – Tra le cause di abbandono immaginate dalla popolazione interpellata ci sono la povertà, l'ignoranza e l'egoismo. I bambini devono soddisfare soprattutto bisogni affettivi, psicologici o relazionali: in particolare hanno bisogno di ricevere affetto e amore (67%), di essere inserito in una famiglia (22%), di avere dei genitori (11%), una figura di riferimento (6%) e una madre (3%), di essere accuditi e ricevere cure e protezione (9%).
Strutture di accoglienza – Secondo la ricerca, il 48% delle persone ritiene che i bambini che vivono in una struttura d'accoglienza non siano "abbandonati", forse perché si pensa che al suo interno, il bambino venga accudito. L'86% del campione non sa dire quanti sono i bambini che non vivono nelle famiglie d'origine e il 72% non conoscono le strutture che accolgono i bambini abbandonati nel nostro Paese. In genere gli italiani valutano positivamente le strutture d'accoglienza: il voto medio è superiore per le case famiglia che ospitano da 6 a 8 bambini, con due o più adulti che si occupano stabilmente di loro. Il 47% degli intervistati le valuta con un voto da 8 a 10. Secondo la ricerca, la casa famiglia sembra rispondere meglio ai bisogni del bambino rispetto all'istituto. I requisiti primari della struttura di accoglienza sono quelli di fornire assistenza psicologica, dare affetto e amore, garantire la presenza di una figura di riferimento, creare un ambiente sereno e gioioso e dare un riferimento stabile, affettivo, caloroso, umano e accogliente, ancor prima che dare pane e pasta.
Scarsa informazione, grande generosità – Gli italiani sanno poco sul tema ma sono molto generosi: negli ultimi tre anni il 42% del campione ha fatto qualcosa per aiutare i bimbi abbandonati, con offerte e donazioni (21%) o con sostegni a distanza (9%) e il 71% degli interpellati pensa di fare qualcosa nel prossimo futuro. "Questi dati che sono il frutto di una risposta raccolta dopo venti minuti di telefonata -puntualizza Cecchini-, ma ci dicono che se le persone vengono sollecitate mostrano un'apertura e una sensibilità e che esiste un terreno fertile su cui lavorare, una buona prospettiva anche per il volontariato". C'è anche uno zoccolo duro del 25% che non ha mai fatto nulla e ha dichiarato che continuerà a non farlo, un altro 34% che non ha fatto nulla ma in futuro lo farà, il 37% che ha fatto e continuerà a fare e un 4% che ha fatto ma non continuerà in futuro. "Riuscire ad avvicinarsi a questo mondo e avere un'esperienza positiva d'aiuto può aiutare a fare ancora di più, vincendo l''angoscia' indotta dall'idea dell'abbandono", ha detto Cecchini. Per quanto riguarda le fonti d'informazione, sul tema dell'abbandono dei minori le persone si affidano soprattutto alla televisione (78%), ai quotidiani (41%), alle riviste (21%), alla radio (9%), ad internet (2%). "Fonti dalle quali negli ultimi mesi sono state apprese soprattutto notizie di cronaca, spesso rischiose perché portano lontano dal problema", dice Cecchini. In ogni caso, il 62% degli intervistati vorrebbe saperne di più. "La ricerca evidenzia un ruolo importante dei media che sembrano essere il principale canale comunicazione sul tema -conclude la ricercatrice-, sono invece meno presenti nel fare cultura e nel sensibilizzare sulle reali dimensioni e sulla realtà del fenomeno in Italia, per comunicare e favorire un percorso di aiuto sulle persone che potrebbero aprirsi con la generosità mostrata nella nostra intervista".


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