di Michele Santoro
Ancora un appuntamento, per i Venerdì Culturali di Presenza Lucana, dal titolo: il ‘Pubblico Fonte' nella Taranto dell'Ottocento. L'incontro è andato ad accrescere la già ricca cartella ‘Beni Culturali', cui l'Associazione ha dato molto risalto nel corso dei 15 anni di programmazione settimanale. Il professor Angelo Conte è tornato con la presentazione di un suo lungo ed approfondito studio che si è concluso con la pubblicazione, per le Edizioni Pugliesi di Martina Franca, di un testo dal titolo: ‘L'acquedotto romano del Triglio da Statte a Taranto – Antica via dell'acqua a Taranto'. Grazie alla collaborazione di CRESC/Ta52 e del Servizio Cultura del comune di Statte, l'interessante saggio è stato già presentato sia a Statte, sia a Taranto presso il Castello Aragonese. Nel corso dell'incontro, è stato proiettato il documentario ‘Nel cuore del Triglio', realizzato dal Gruppo Speleo Statte e dall'I.P.S. Cabrini di Taranto, con la regia di Vito Montuosi e testi di Angelo Conte. L'acquedotto del Triglio, ufficialmente, ha smesso di rifornire d'acqua la città di Taranto, con l'avvento dell'Acquedotto Pugliese negli anni '20 del secolo scorso, anche se l'acqua che esso continua a raccogliere, dalle gravine tra Crispiano e Statte, si disperde nel nulla, con un inutile spreco. Dalle poche e discordanti notizie fornite dalla letteratura locale, si apprende che l'acquedotto fu costruito nel 213 a.C. per approvvigionare la ‘domus' di un tale Statius, da cui sarebbe nato il toponimo di Statte. Solo in un secondo momento l'acquedotto sarebbe stato prolungato sino a Taranto. Il professor Conte ha appurato che non esiste fonte di alcun tipo, che possa avvalorare la presenza di questo fantomatico personaggio e della sua villa. E', inoltre, impensabile che un colono possa costruirsi da solo un acquedotto sia per la difficoltà legata alla tecnologia idraulica, sia per gli alti costi di costruzione e manutenzione.Da un'attenta verifica della cartografia, nonché della morfologia del territorio, lo studio titola che l'acquedotto, costruito dai romani tra la fine del I secolo a.C. ed il I d.C., era funzionale ad un molo sul Mar Grande esterno al porto, sito all'altezza dell'attuale porto mercantile. A suggerire una tale ipotesi è una vecchia cartina di Carducci del 1771, nella quale è parzialmente tracciato il percorso originario che, ad un certo punto, deviava per evitare una depressione del terreno, per concludere il suo tragitto presso lo Scoglio del Tonno, demolito nel 1900. Altre fonti locali riferiscono che a portare l'acqua del Triglio da Statte a Taranto, sono stati i Bizantini al momento della ricostruzione della città da parte del generale Niceforo Foca, ma neanche questa fonte, per svariati motivi, è attendibile. L'acquedotto entrò nella città, per la prima volta, nel 1334 per merito della principessa di Taranto Caterina di Valois, la quale economicamente rese possibile tale operazione, facendo prima ripristinare l'antico acquedotto romano. Fu solo nel 1543 che l'ingegnere Orlando, per volere del re Carlo V, modificò l'antico percorso; all'altezza della masseria La Riccia, per superare la zona depressa, oggi chiamata san Brunone, l'acquedotto fu fatto salire su una serie di archi sino all'attuale Rione Tamburi, dove tornava al coperto fino a Porta Napoli. Qui una serie di archi aveva il compito di rallentare la corsa dell'acqua prima che fuoriuscisse da una fontana situata al centro della Piazza Grande. Nel 1922, quando, dopo la costruzione dell'Acquedotto Pugliese, l'acqua del fiume Sele raggiunse le case di Taranto, città vecchia e borgo, l'acquedotto del Triglio fu messo fuori uso ed utilizzato solo nei casi di necessità, come nell'ultimo bombardamento della città nell'agosto del 1943. (Michele Santoro)
Le note storiche del presente articolo sono del professor Angelo Conte.


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