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“Un bosco sacro, isolato da una folta foresta e da alti abeti, chiudeva nel mezzo pingui pascoli, ove pasceva senza pastori ogni specie di animali consacrati alla dea, e gli armenti delle rispettive specie la notte rientravano in gruppi separati alle stalle, non mai insidiati né dalle fiere né dagli uomini. Grande era perciò il reddito che si traeva da quel bestiame, e con quello fu eretta e consacrata una colonna di oro massiccio, sì che il tempio era illustre non solo per la santità ma anche per le ricchezze”.
Così Tito Livio descriveva in Ad Urbe condita libri il tempio di Capo Lacinio sito nell’odierna Capo Colonna. La località calabrese, vicina alla città di Krotone, costituisce il promontorio determinante il limite occidentale del Golfo di Taranto. Si può dunque dedurre da questi pochi elementi come la vicinanza alla città magno-greca e la posizione geograficamente
favorevole avessero reso molto importante il luogo, la cui fama si accrebbe per l’appunto quando, verso il VI secolo a.C., alcuni uomini di stirpe achea si insediarono nella zona, valorizzando quel luogo, già considerato sacro dalle popolazioni autoctone, ed edificando uno splendido tempio dedicato ad Hera Lacinia. La costruzione appariva ai tempi come un enorme complesso di 48 colonne di ordine dorico alte 8 metri, con il tetto di lastre marmo e tegole in cotto, il tutto ornato da un fregio scultoreo. Purtroppo gran parte della struttura finì sul fondo del mare e del magnifico edificio rimasero solo due colonne, almeno fino al 1638, data in cui, a causa di un violento terremoto, crollò anche una delle due superstiti. La toponomastica cambiò nel tempo da Capo delle Colonne a Capo Colonna. Nelle adiacenze della costruzione, oltre al bosco descritto da Tito Livio e alla via sacra che lo attraversava, sono presenti i resti di un complesso di edifici chiamati Edificio B, H, ed K, che avevano la funzione di ricovero, mensa e foresteria per sacerdoti, naviganti e mercanti che si trovavano a passare di lì.
L’intera area era talmente sacra da essere considerata inviolabile, tanto che all’interno del tempio venivano lasciate in deposito immense ricchezze, sia dai viaggiatori, in forma di offerte per l’accoglienza ricevuta, che dalla popolazione locale. L’edificio era visto come il luogo prediletto per custodire i propri averi. Come ricordato anche dallo storico latino, si
diceva che una delle colonne del tempio fosse interamente in oro. Tale ricchezza fece da attrattiva anche per Annibale. Si narra che il condottiero di ritorno in Africa si fosse fermato presso il tempio e vista la colonna aurea, la fece bucare per accertarsi che non fosse cava. Constatato che si trattava invece di oro massiccio, decise di portarla con sé, fin quando, durante la notte, gli apparve in sogno la dea protettrice del tempio. Questa minacciò Annibale di fargli perdere l’uso dell’unico occhio vedente che gli rimaneva, a meno che non avesse ricollocato il dono votivo al proprio posto. Il condottiero, spaventato dalla minaccia di Hera restituì la colonna e per espiare la colpa, fece modellare una statuetta a forma di giovenca per collocarla al di sopra di questa. Molte leggende e storie che circondano il complesso monumentale, ma la vera importanza del luogo è la bellezza incontrastata dell’unica colonna esistente da intendersi in rapporto con il magnifico paesaggio circostante, sede di uno dei parchi marini protetti più belli al mondo.
Non si può dimenticare uno dei principi base dell’architettura greca, e quindi anche magno-greca, che prevede un imprescindibile rapporto tra il territorio e gli edifici, da considerarsi non come semplici elementi architettonici, ma come veri e propri corpi plastici, capaci di rappresentare la varietà delle forze naturali
tipiche del luogo in cui hanno avuto origine. Gli ambienti in cui venivano erette tali ‘sculture a tutto tondo’ erano percepiti come la manifestazione di caratteri archetipici, per cui ogni luogo e quindi ogni tempio era differente rispetto ad un altro. Tali caratteri venivano personificati in una divinità, cosicché in luoghi in cui la natura la faceva da padrona i templi erano dedicati alle antiche nume terrestri come Demetra ed Hera, in altri in cui prevalevano l’intelletto e il metodo umani erano dedicati ad Apollo. Si può dunque notare come la localizzazione greca non fosse affatto casuale, ma ben determinata dagli aspetti tipici dell’ambiente circostante e proprio in quanto rappresentazione di tali caratteri individuali, ogni tempio sviluppa una forma particolare. Vitruvio nel primo dei dieci libri che costituiscono il De Architettura afferma che i templi dovrebbero essere edificati in stili diversi secondo la divinità a cui sono dedicati.
L’umanizzazione non si fermava solo all’identificazione del luogo con una particolare divinità, mai anche la scelta di un ordine architettonico preciso aveva valenze differenti. Così la colonna dorica “fornisce la proporzione del corpo dell’uomo, della sua forza e della sua bellezza” quella ionica esprime la “snellezza femminile”, quella corinzia “imita la figura sottile di una fanciulla”.
Ammirando la grandiosa colonna dorica non si può fare a meno di percepire l’ideale greco di unità armoniosa delle forze, umane e non, concretizzate nelle storie della mitologia così come nei fenomeni individuali della vita giornaliera. I Greci realizzarono la loro attenzione verso l’uomo proiettando gli elementi tipici della propria personalità sulle cose esterne, simbolizzando la natura e gli oggetti con caratteri antropomorfi, essi cercarono così di entrare in rapporto sinergico e armonioso con il mondo e con se stessi. Così Esiodo descrive l’origine del mondo: “In principio c’era il caos, vasto e buio. Poi apparve Gea, la terra dai grandi seni” poi Urano, il cielo; i Titani ed i Ciclopi, le forze tumultuose della natura che presto furono incatenati da gli dei olimpici: Athena protettrice del lavoro e dell’intelligenza applicata; Afrodite dea della bellezza; Apollo simbolizzante la capacità dell’uomo di raggiungere la conoscenza; Zeus signore del bene e del male e non ultima Hera protettrice del matrimonio che presiedeva a tutte le attività della vita della donna, dei pascoli e della fertilità. “Infine apparve Eros, l’amore che addolcisce i cuori, la cui feconda influenza avrebbe d’ora in poi presieduto alla formazione degli esseri e delle cose”. (Rita Marino)


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