Sono oltre 7000 le cavità rilevate in Friuli Venezia Giulia
di Valentina Zanmarchi
Il Friuli Venezia Giulia, costituito da una vasta area alpina e prealpina che circonda un’altrettanto ampia pianura alluvionale, è particolarmente ricco di aree carsiche. Come è noto, il carsismo si manifesta con i suoi fenomeni superficiali e sotterranei, in rocce
geologicamente solubili come il calcare. La caratteristica principale delle aree carsiche è dovuta all’assenza quasi totale di corsi d’acqua superficiali, per contro si assiste ad una larghissima presenza di cavità o grotte che raggiungono profondità anche superiore ai 1.000 metri e sviluppi di molti chilometri. Nella storia delle ricerche speleologiche avvenute nel corso di due secoli in questa regione di confine tra varie culture, sono state esplorate e rilevate oltre 7.000 grotte; ma è stato accertato che tale numero rappresenta appena il 10% delle cavità. Queste grotte non sono accessibili alla visita del pubblico, essendo per la maggior parte costituite da strutture verticali, con pozzi profondi anche centinaia di metri. Neppure quelle a sviluppo orizzontale sono agibili a persone inesperte, per la presenza di strettoie, percorsi disagevoli su frane, ambienti argillosi altamente scivolosi, per cui, la loro visita è riservata esclusivamente a coloro che praticano la speleologia, non solo come attività sportiva ed esplorativa, ma anche legata ad una particolare attività scientifica.
Agli inizi del XIX secolo ebbe inizio, quasi contemporaneamente alla fase esplorativa, anche quella della sistemazione permanente di sentieri, ponti, passerelle, gradinate, ringhiere, corrimani, per agevolare sia l’esplorazione che un futuro rivolto alla visita di studiosi e ricercatori.
Ma, nello stesso tempo, anche persone esterne alla speleologia, vollero conoscere questo strano ambiente, del quale trapelavano notizie di un mondo favoloso. Per svariati motivi ed in tempi diversi, nella regione, furono attrezzate solo quattro cavità, che hanno caratteristiche completamente diverse tra loro. Esse sono: sul Carso Triestino la Grotta Gigante; nelle Prealpi Giulie, valli del Natisone, la Grotta di San Giovanni d’Antro; sempre nelle Prealpi Giulie, nella zona carsica del Monte Bernadia, compresa tra i corsi d’acqua Torre e Cornappo, nel Comune di Lusevera si trova la Grotta Nuova di Villanova ed infine nelle Prealpi Carniche, in un’altra e diversa area carsica presente nel Comune di Clauzzetto, si trovano le Grotte Verdi di Pradis.
Vale la pena soffermarsi un momento sulla Grotta di San Giovanni d’Antro (dal greco antrium, caverna), l’unica che ho avuto occasione di visitare. La sua storia si perde lontano nei secoli e si può dire che è stata preceduta da una lunga preistoria,
quando la grotta serviva da naturale rifugio per la fauna. Dalla scalinata d’accesso sono ancora visibili le vestigia di un sistema fortificato. Il fortilizio di Antro faceva parte di una serie di fortificazioni che segnavano i confini della Decima Regio Venetia et Histria, la regione dell’Impero che aveva per capitale Aquileia. Quello che rimane è ben poco. Vi è una grande grotta, alla quale si accede mediante una scala di un centinaio di scalini e nella quale si trovano un altare in legno ed una cappella a destra di chi entra. Opere murarie fanno si che sotto il pavimento della grotta una lunga galleria a volta permetta l’eventuale scolo delle acque uscenti dalle parti più interne, senza entrare nella parte superione. Per concludere va ricordato che le quattro grotte, attrezzate per le visite turistiche, non alterano il patrimonio speleologico regionale, costituito da molte migliaia di cavità, accessibili solo ad una ristretta categoria di persone, come detto, dedite all’esplorazione ed agli studi speleologici.


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